Juventus-Napoli,amarcord scudetto.

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L’atmosfera della sfida di sabato prossimo ha suscitato in molti il ricordo di eventi passati,di altre sfide simili che hanno deciso un campionato,come lo deciderà molto probabilmente anche questa.Parlerò di un anno lontano,il 1986,l’anno dei Queen che fanno la storia a Wembley,dell’esplosione di Cernobyl,della consacrazione di Tom Cruise con Top Gun e della nascita di Dylan Dog.

E poi ci sono storie di calcio che legano il decennio a storie che echeggiano ancora nei vicoli di Napoli,che i padri raccontano ai figli dicendo con orgoglio “Io c’ero”.
Il calcio italiano negli anni 80 vede il primo accenno di crisi delle grandi superpotenze del campionato che fino ad allora avevano reso il tricolore un monologo a strisce,dominato dalla triade Milan-Inter-Juventus.Il Milan in questi anni cerca la quadratura del cerchio,la perfezione che porterà i rossoneri sull’Olimpo nel decennio successivo,la Juventus trascinata da Monsieur Platini dedica buona parte delle sue forze alla conquista di un successo europeo mancante nella già ricchissima bacheca degli Agnelli,mentre l’Inter di Trapattoni soffre di incostanza cronica.
E’ qui che si inserisce l’exploit delle “operaie”,squadre come Roma e Verona che riescono a portare a casa scudetti inattesi trascinati dai loro grandi campioni,Pruzzo ed Elkjaer su tutti.

C’è ancora un tabù da sfatare però,ed è grande 225 km.

E’ la distanza che separa Roma da Napoli,dal profondo Sud.Una distanza che si manifesta nel calcio ma che non è altro che la riflessione sul divario economico Nord-Sud.

Ottavio Bianchi e Maradona,i simboli del Napoli campione d'Italia.
Ottavio Bianchi e Maradona,i simboli del Napoli campione d’Italia.

Il calcio è sempre stato fortemente legato alla élite di industriali proprietaria delle squadre di maggior successo,le famiglie più ricche

gianni agnelli
“L’avvocato” Gianni Agnelli,simbolo della Juventus di quegli anni.

ed influenti del Paese che decidono di investire in un settore in enorme crescita come quello calcistico rendendo enormi risultati,basti pensare agli storici Agnelli,proprietari della maggiore industria automobilistica italiana,Berlusconi,proprietario della Fininvest o i Moratti,grandi imprenditori del settore petrolifero.Il meridione invece di industrie ne ha poche e poco sviluppate,e stenta ad affiorare un gruppo di grossi industriali capaci di investire nel calcio al Sud.

Nessun italiano fino al 1984 avrebbe scommesso una lira su una squadra meridionale scudettata,fino a quando non arrivò a Napoli un ragazzetto argentino dal carattere focoso e dal talento unico,Diego Maradona.La prima domanda che ci si potrebbe fare è “perché proprio a Napoli?”,ma forse l’unica città capace di assecondare i suoi eccessi e il suo stile di vita era proprio una città che sentiva il bisogno di innamorarsi,di emozionarsi e di adorare un eroe paladino della loro discriminazione come Napoli,e Diego voleva questo,l’affetto del pubblico che gli era stato negato a Barcellona,ne ha bisogno,e più ne ha più si galvanizza e diventa una macchina infallibile,capace di compiere l’impossibile.Le cose semplici non le ha mai amate Maradona,è sempre stato controcorrente,e ha pagato a caro prezzo tutto ciò.

Al suo arrivo l’impossibile è salvare una squadra che prima del suo arrivo aveva rischiato di retrocedere e che adesso si ritrova sparata in alta classifica,e tutti si stropicciano gli occhi di fronte alle magie che creava in campo e che puntualmente salvavano la squadra da cattive acque,e tutti chiedono autografi,anche i compagni.La partita simbolo del primo anno di Maradona a Napoli è la tripletta rifilata alla Lazio,forse una delle migliori partite di Diego con la maglia azzurra.Tre gol,uno più bello dell’altro,e i commenti sono tutti di stupore per quanto quel pomeriggio avevano visto in campo per opera di quel ragazzetto esplosivo.

Dopo due anni di rinvigorimento della rosa il Napoli si presenta nel 1986 con una squadra di ottima fattura,guidata dallo stregone Maradona sempre più simbolo della città dopo il trionfo estivo a Città del Messico.Dopo un inizio convincente arriva il momento della verità,il confronto con il più grande ostacolo di ogni pretendente al Tricolore,la potentissima Juventus di Platini.E’ il 9 di novembre e a Torino si scrive la storia.Vincere significherebbe sorpassare i bianconeri e mettere una seria ipoteca sullo scudetto e i napoletani lo sanno,il Comunale di Torino si colora di azzurro,sentono che qualcosa è cambiato.E così nonostante il vantaggio iniziale di Laudrup i ragazzi di Bianchi si gettano disperatamente in attacco alla ricerca della vittoria,e dopo un assedio durato venti minuti i partenopei ribaltano il risultato in poco più di 120 secondi con Ferrario e Giordano,dietro c’è la mano di Diego.E dopo il definitivo 1-3 di Volpecina tutti corrono ad abbracciare l’argentino,l’impresa era compiuta,e alla fine della stagione si avvererà il sogno di migliaia di tifosi,innamorati follemente della squadra e del Genio che la guida.Festa in tutta Napoli per mesi,il paradosso era avvenuto,e Diego ci aveva preso gusto.

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