Black Mirror, la tecnologia che ci ha in pugno.

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Black mirror, specchio nero.

Nero come lo schermo dello smartphone dove la nostra faccia si riflette ogni giorno, come il desktop del pc che troneggia sulla nostra scrivania in stand-by, come la superficie liscissima e brillante della nostra amata tv schermo ultrapiatto 32 pollici.

Specchi che riflettono ogni giorno i nostri voli, specchi che ci risucchiano.

E’ proprio questo il tema principale di Black Mirror, serie tv uscita nel 2011, semplice e diretta, solo 2 stagioni da 3 episodi l’una, più un episodio speciale natalizio. Pochi episodi, ma così crudi e veri da farti mancare l’aria.

La trama non è la solita storia che va sviluppandosi fino ad trovare conclusione nela puntata finale. Ggli episodi infatti raccontano ognuno una storia diversa ma il filo che li lega assieme manda lo stesso identico messaggio in tutti e sette: la modernità e la tecnologia che serpeggiano nelle nostre vite fino a strangolarci e a possederci.

E così incontriamo Bing Madsen, abitante di una (per ora) utupica città futura, dove gli abitanti, circondati da schermi e macchine moderne, vivono la loro vita pedalando su una cyclette per produrre quell’energia che serve a mandare il tutto avanti e che dà a loro soldi virtuali, che spendono poi in oggetti e vestiti per i loro avatar, unica cosa rimasta delle loro persone.

Incontriamo Martha, che non riuscendo a superare la morte del proprio ragazzo si iscrive in una sorta di chat room che le permette di simulare perfettamente, dopo che lei ha fornito i dati personali di lui, fra cui messaggi e chiamate, una conversazione con il defunto, da cui diventa dipendente. Ossessionata dal simulatore online, che la chiama e le risponde proprio come fosse il suo Ash, Martha arriverà a inserire tutto ciò dentro uno speciale robot, con le sue sembianze, che non la lascerà più.

La fantascienza in Black Mirror ha un ruolo fondamentale, ad esempio esistono anche microchip impiantati dietro l’orecchio che ti permettono di rivivere tutti i tuoi ricordi, come quelli che Liam e Ffiom portano e che saranno la rovina della loro relazione, esiston i Justice Park, dove gli assassini sono condannati a rivivere ogni giorno, con spettatori presenti a filmare e scattare fotografie, una giornata a dir poco infernale e devastante, giornata che si riprodurrà all’infinito dato che poi, durante la notte, i ricordi vengono distrutti e la persona in questione si risveglia il giorno dopo completamente deprogrammata e all’oscuro di tutto, con un’amnesia totale.

Già, fantascienza..ma per quanto? Fra quanto tempo tutto ciò diverrà realtà? Il progresso e l’avanzare della tecnologia hanno tanti lati posivi, sicuramente. Posso sentire mio zio che vive in Congo, posso chattare con mia cugina americana e comprare il biglietto aereo da casa, posso ordinare libri senza spostare il culo dalla sedia e posso vedere tutti i film che voglio senza neanche dover pagare il cinema.

Ma molte cose stanno anche andando perdute. Non manca molto, fra poco il microchip per i ricordi esisterà davvero, una sorta di gopro che filma ogni nostro secondo di vita e che ti permette di riverlo premendo un pulsante. Arriverà il momento in cui ricordare non avrà più un senso, perchè ci sarà qualche macchina che già lo fa per noi. Il momento in cui amare non sarà più l’unione di mente e corpo, perchè il nostro unico modo di dimostrare amore sarà chattando attraverso un cellulare. Un momento in cui i simulatori prenderanno le redini della nostra vita e noi resteremo là, a svolgere il solito lavoro giorno dopo giorno, alienati, e come unico pensiero il volere di più. Più progresso, più tecnologia, più schermi in giro per casa, più smartphone per la nostra famiglia.

Più cose da possedere, cose che, in realtà, possiedono noi.

                                                                                                                                                                                                                                                                           Irene Torrisi

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