Blade Runner 2049: ricordo, quindi sono?

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Quando Denis Villeneuve ha accettato di realizzare un nuovo film che avesse “Blade Runner” nel titolo ha implicitamente accettato di sfidare quell’idea piuttosto diffusa per cui ciò che è vecchio è anche migliore, quell’idea nostalgica, spesso introdotta da “ai miei tempi…”, per cui l’età dell’oro sia già passata escludendo a prescindere che, per esempio, La La Land possa raggiungere o superare Singin’ in the Rain, che C.Ronaldo possa essere più forte di Ronaldo, che non ci sarà mai più un gruppo come i Led Zeppelin o un altro Kubrick. Che niente potrà eguagliare quel mix quasi perfetto di fantascienza e filosofia che era il primo Blade Runner.

E’ riuscito Villeneuve a vincere la sfida? Onestamente, non lo so. Ma anche così non fosse ci sarebbe di sicuro andato molto vicino. 2049 è, infatti, senz’altro un Blade Runner degno di questo nome, tutto richiama il film di Scott, talvolta anche in modo diretto, riproponendone scene e battute; anzi, sotto molti punti di vista ne espande addirittura gli orizzonti e le tematiche costringendo, come da tradizione, lo spettatore a porsi domande dall’altissimo “coefficiente di filosoficità”. Se il film del ’85 era un film sulla ricerca dell’identità, su cosa definisse o meno un essere umano, il film del 2017 è un film su cosa significhi essere (o non essere) umano una volta appurato che lo si è o no, se l’avere un’anima, essere nato o creato, poter essere a propria volta creatore, avere avuto un’infanzia, avere dei ricordi.

In effetti, proprio i ricordi hanno un ruolo centrale nel film: ma non in quanto fonte di nostalgia, quanto, piuttosto, come accumularsi di esperienze di vita che definendo la personalità di un individuo ne plasmano l’interagire con la realtà, rappresentando in ultima istanza ciò cui bisogna guardare per ricercare la propria umanità  (o, eventuale, mancanza di questa). Tutto ciò è raccontato in modo indubbiamente affascinante e suggestivo.

Un film di fantascienza di qualità, poi, riesce in genere a trattare tematiche d’attualità filtrandole in un’ottica, per l’appunto, fantascientifica; e quale tema può essere più d’attualità se non il cambiare dei rapporti interpersonali e delle modalità di questi con il progredire dello sviluppo tecnologico? Se da un lato ciò che Villeneuve fa in Blade Runner non può che ricordare quanto già visto in Ex Machina e, soprattutto, in Her,  dall’altro quella che vuole essere “la morale della favola” di questa sotto-trama (quella in cui più forte è l’eco delle tematiche relative “l’incomunicabilità” di Arrival, precedente acclamata opera del regista) è piuttosto originale: infatti, lungi dal farci la ramanzina su quanto potenzialmente nocive possano essere le nuove tecnologie in tale ambito, un rapporto che non è mai stato così digitale, così letteralmente intangibile e per certi versi finto, è anche quello più autentico, più vero, più genuinamente romantico e forse emozionante, attorno al quale ruotano alcune, una in particolare, delle scene più memorabili del film.

Scene memorabili che, sia chiaro, non mancano di certo. Ed il merito di ciò non può che essere attribuito in buona parte a Roger Deakins (cui dobbiamo la bellezza estetica di molti film tra i quali Fargo, Non è un Paese per Vecchi, Skyfall, Prisoners e Sicario), candidato, senza mai vincere, per 13 volte all’Oscar per la Miglior Fotografia, e se c’è ancora giustizia nel mondo riceverà quest’anno la 14esima coronata stavolta anche dalla vittoria dell’ambita statuetta, che, in particolar modo nell’ultimo terzo del film, ci regala degli spettacoli visivi che non possono essere definiti se non come Arte (qualcuno ha detto Elvis? Chi l’ha visto, capirà). Ma, in generale, l’intero comparto tecnico è ai massimi livelli immaginabili rendendo le quasi 3 ore del film un vero piacere per occhi ed orecchie contribuendo anche a non rendere affatto pesante la durata del film. Sono più che sicuro che ai prossimi Oscar ci sarà uno scontro diretto tra questo e Dunkirk in gran parte delle categorie tecniche, scontro che, dovessi essere io a scegliere, risolverei sempre in favore di Blade Runner.

Perché, allora, non mi sento di affermare senz’altro che 2049 abbia almeno raggiunto il livello dell’originale Blade Runner, dati questi indiscutibili pregi? Perché sì, espande le tematiche del primo ma, così facendo, perde parte di quella profonda coerenza del primo film che rendeva, inoltre, ogni scena profondamente significativa ed essenziale alla fine della comprensione del tutto. In 2049, invece, diversi spunti molto interessanti e dall’impatto potenzialmente enorme sulla storia di questo futuro distopico vengono appena accennati senza trovare un degno sviluppo, portando davvero poco all’economia del film, lasciando allo spettatore un certo senso di insoddisfazione; sembra quasi che il film avrebbe bisogno di altre 3 ore (o un eventuale, ulteriore, sequel) per portare adeguatamente a compimento tutte le linee narrative. Inoltre, pressoché tutti i comprimari, con la sola eccezione, ovviamente, del personaggio di Ford, e di Joi, sono spesso solo poco più che sagome alle quali è difficile affezionarsi, che non riescono a supportare a dovere l’interessante figura dell’agente K e la sua struggente storia. Ma là dove si fa particolarmente impietoso il confronto col primo Blade Runner è ciò che riguarda il villain:  il replicante interpretato da Rutger Hauer, Roy Batty, sfaccettato, complesso, tragico e per il quale lo spettatore è portato a provare addirittura genuina simpatia ed empatia, è di tutt’altro livello rispetto allo stereotipato villain di, un incolpevole, Jared Leto, tipico plurimiliardario allucinato e malvagio di cui è piena la storia del cinema, al quale, oltretutto, è riservato pochissimo minutaggio (il che, forse, date le premesse, non è neanche un male).

Per me, quindi, risulta difficile stabilire in termini definitivi se si tratti di un capolavoro alla stregua del film di Ridley Scott o “solo” di un ottimo film, un po’ come nell’originale Blade Runner era difficile valutare se Deckard fosse, o meno, un Replicante.

Andrea Puglisi

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