Il Cervello Buonista: perché l’evoluzione preferisce l’empatia

Condividi la notizia con i tuoi amici

 

Deus ex machina di molti dibattiti politici odierni, buonismo è quella parola che ha il potere di mettere automaticamente fine a ogni diatriba, scontro o botta e risposta della pausa pranzo, solitamente attraverso l’effetto di screditare la posizione più moderata tacciandola di ipocrisia, politically correct e/o sentimentalismo.

È rimarcabile come il concetto espresso dal relativamente neonato termine “buonismo” trovi storicamente ampia diffusione nel periodo delle leggi razziali, in cui ogni segno di pietà o partecipazione emotiva manifesta diviene deprecabile, indice di ingiustificabile e infantile debolezza. Il fascismo non poteva parlare schiettamente di violenza allora come oggi, e anche oggi si cerca di mascherare l’inumanità delle proprie condotte politiche denigrando la solidarietà e la compassione altrui.
L’atteggiamento è particolarmente inflazionato tra le utenze del social network più diffuso e stantio dei tempi recenti, dove la parola incriminata ricorre nei contesti più svariati, dalle pagine delle ormai fastidiosissime ONG, ai gruppi in cui si fa “satira” con la derisione, nei commenti ai post dei personaggi più influenti dell’estrema destra nazionale e così via.

Ora, il genere umano è giunto a un livello evolutivo di civiltà in cui pare assolutamente illogico mettere in dubbio il valore della vita umana, il senso di uguaglianza, il rispetto per la sofferenza; eppure, una parte della popolazione sembra incredibilmente approdata alla messa in dubbio di questi valori, considerati prerogativa di qualche svenevole debole di cuore.
È solo una questione razionale, culturale l’umana empatia, la rabbia di fronte alle tragedie? È possibile spazzarla via in qualche anno di propaganda? E soprattutto, che illusione è mai questa di percepire i supplizi degli altri, senza differenze di razza, di genere o anche di specie, come fossero inflitti sulla propria pelle?
Le neuroscienze, con le più recenti scoperte nel campo, potrebbero aver fornito un interessante tassello per spiegare come l’evoluzione avrebbe favorito lo sviluppo di un essere umano sempre più empatico, almeno finora: è la teoria che vorrebbe in una specifica porzione del cervello la fonte della tanto denigrata sensibilità.
La potremmo ironicamente chiamare “l’area del buonismo”, e anche Matteo Salvini la possiede.

Sono gli anni 90’, e a Parma un gruppo di studio guidato da Giacomo Rizzolatti è impegnato in una ricerca che, a detta di molti, rivoluzionerà per sempre le fondamenta della psicologia: è grazie a loro che vengono per la prima volta identificati i neuroni specchio.
I ricercatori si accorgono che, localizzate inferiormente nel lobo frontale, esistono delle cellule neuronali che si attivano non solo in contemporanea alla messa in atto di un movimento, ma anche mentre si osserva un altro individuo compiere la stessa azione; dei neuroni che prima si credevano esclusivamente motori, si attivano invece anche nel momento di “mettersi nei panni dell’altro”; un fenomeno che, si ipotizza, porrebbe le basi per l’apprendimento.
Sarebbe grazie a questi “neuroni specchio” che il bambino ripete le parole dei genitori o imita i loro comportamenti; sarebbero le loro connessioni a indurre lo sbadiglio in chi osserva un altro individuo sbadigliare. Lo stesso fenomeno responsabile dell’acquisizione degli schemi motori che possediamo in età adulta, dunque, sarebbe alla base anche dei meccanismi che permettono di percepire come proprie le sensazioni altrui, intuite attraverso la mimica o immaginate a seguito di un racconto.
Costituirebbero insomma le cellule dell’empatia, e sarebbero implicate in quei circuiti neuronali che rendono possibili i rapporti interpersonali [1], la convivenza civile e l’intero apparato di valori dell’umanità come la intendiamo oggi.

Nonostante, posta così, la scoperta possa sembrare sensazionale, ci muoviamo ancora nel campo delle ipotesi, e si è lontani dal possedere solide certezze scientifiche al riguardo: sono diverse le voci che recentemente sono fuoriuscite dal coro, ridimensionando l’importanza dei neuroni specchio nella genesi dell’empatia (“la scoperta più sopravvalutata della psicologia”, secondo Gregory Hickok); il percorso è ancora lungo e il capitolo è tutto fuorché chiuso.
È però più che una speculazione pensare che, allo stesso modo in cui qualunque altra facoltà cognitiva è prerogativa del sistema nervoso centrale, anche l’innato rifiuto dell’ingiustizia, la compassione e la fratellanza abbiano radici semplicemente nel modo in cui siamo fatti. Questi meccanismi biologici sono evidentemente utili alla sopravvivenza, tanto che tutte le specie considerate superiori li possiedono. Insomma, c’è forse da arrendersi: il Cervello è buonista.
E noi ci auguriamo che continui a fare da binario per l’evoluzione umana.

 

 

 

Note

[1] Il neuroscienziato Vilayanur S. Ramachandran ha ipotizzato un’alterazione di questi circuiti nella patogenesi dell’autismo: Ramachandran, V. S.; Oberman, L.M. Specchi infrantiUna teoria dell’autismo in Le Scienze, n. 460

 

Condividi la notizia con i tuoi amici

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *