Conoscere per capire: la propaganda seducente dei manifesti italiani della Prima Guerra Mondiale

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È con la Prima Guerra Mondiale che il termine “pubblicità” inizia a coniugarsi con la componente storica, che ne diventa la materia dominante: nello specifico, l’attività propagandistica positiva, massiccia negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito, in Italia fu il pièce de résistance della fazione interventista. Quella che L’Italia si accingeva ad affrontare era una “guerra giusta”, e all’assorbimento di tal concetto volgevano gli sforzi della più massiva coercizione: questo perché la maggior parte della popolazione italiana si mostrava, se non indifferente, attendista delle questioni europeo – internazionali, o, ancor peggio, relative ai grandi Imperi centrali. Furono le grandi manifestazioni, promulgate da chi era favorevole all’intervento, a esaltare e divulgare l’idea che, se l’Italia non avesse partecipato al conflitto, oltre a non poter riassorbire terre che nell’immaginario collettivo erano considerate in assoluto italiane ( e i cui abitanti non facevano che combattere per il rientro ella madre Patria), il Paese sarebbe stato catalogato imbelle, pauroso e non meritevole di considerazione da parte del resto dell’Europa, che si preparava ad affrontare i grandi Imperi. Fu così inizialmente sfruttato, in primis, il fattore economico: venne infatti posto l’accento sulle sottoscrizioni di prestiti obbligazionari presso le banche. “Date denaro per la vittoria, date denaro per la Pace”, questo era il messaggio, e questo il fine: ubriacare la popolazione di falsi miti e ideali dilazionati, morderli nel loro orgoglio campanilistico, ma anche nelle loro paure più naturali, nella mancanza di sicurezza; il denaro è giustamente investito se impiegato per la salvaguardia nazionale. C’è una sottile psicologia, nella propaganda bellica della Grande Guerra, qualcosa di molto tagliente e molto efficace: come si fa a coinvolgere e ad attivare a livello di forza armata uomini che non combattono per un proprio ideale? In fin dei conti, nei suoi primordi, la Grande Guerra tocca in maniera marginale il Bel Paese. Ma l’Italia è, per gli Imperi centrali, un pozzo. Una grande cava necessaria, produttrice di forze umane, di pedoni da mandare avanti prima di schierare i propri alfieri, fatta di esseri proni che altro non hanno bisogno che essere guidati; da questo punto di vista, l’Italia è strettamente necessaria. Ecco perché va sedotta, convinta e schierata.

Si punta sull’enfatizzazione della guerra giusta, quindi, ma soprattutto sul valore specifico dell’eroismo del soldato italiano: la prima regola dell’azienda, d’altronde, e far sentir indispensabile qualsiasi pezzo del grande ingranaggio, miticizzare anche la bassa manovalanza. Ma chi scrisse quei manifesti conosceva bene anche a chi si rivolgeva: non va solo esaltato il soldato, ma anche l’importanza di chi non si reca in trincea, ma può dare il suo prezioso contributo versando quattrini allo stato; saranno denari che serviranno per la produzione bellica e per la ricostruzione. Le madri, le mogli, le figlie gli “angeli del focolare” (anche se, come ben sappiamo, questa definizione sarà coniata solo in seguito) diventano le protagoniste principali: cosa può spingere meglio uno sposo, un padre, un figlio che la protezione del proprio fiore delicato? Il nemico va cacciato ad ogni costo, prima che ci trasformi da libere signore a schiave depauperizzate. Il Regno Unito cercava sudditi, soprattutto dei giovani, da arruolare per il conflitto in corso. Il manifesto, in breve, così, sollecita: “Se la ragazza è sola, non è che perché vuole peccare o divertirsi, probabilmente il suo ragazzo è un soldato che sta lottando per sé e per il suo Paese. E per te. Arruolati nell’esercito oggi stesso”. E poi, entra in scena la dominante dell’ottava dell’animo di ogni italiano, la chiave di ogni gesto, di ogni motivazione: la religione. O Dio della misericordia, guidaci alla vittoria!, così si invoca nelle trincee, nella speranza della protezione del Re e della Patria, “questa sacra terra che la civiltà pose a maestra del diritto, di virtù e di progresso nel mondo”, Italia super omnia, come casa, come sangue, come terra per cui vale la pena combattere, perché così designata in grazia di Dio.

Così i manifesti tendono a screditare chi, in questo stato di necessità, in questo tempo di bisogno, dimostra e pecca di egoismo e di avarizia, che all’amor di Patria sostituisce l’amor proprio e la conservazione del proprio denaro. “Ruba a se stesso chi nasconde ad oggi il proprio denaro”, così si soleva dire, ed era accarezzato dal diavolo, pronto ad impadronirsi del’anima e del corpo di questa persona, questo infame soggetto che si sottrae al dovere, perdendo così l’onore.

Scrive Giovanni Stefanoni Cuomo: “E’ scontato che l’autore di simili concetti, non abbia la più pallida idea di cosa significa, trincea, prima linea combattimento, vedere il proprio compagno ferito o peggio ancora vederlo cadere fulminato e magari conviverci per un certo periodo, perché non sempre chi cadeva era prontamente sgomberato dal campo di battaglia, anzi, magari il ferito a morte impiegava ore e ore urlando e bestemmiando contro chi lo aveva mandato in guerra, prima di esalare, finalmente, l’ultimo respiro.” Non si trattava di pedoni, d’altronde: ma chi sta dietro ai disegni poca concezione ha della stupidità, della bestialità di una guerra; è invece cullato dal suono dolce delle conquiste, dalla melodia delle casse che piene di denaro tintinnano nella penisola, cancellando alle orecchie dei più grandi le urla senza nome, i gemiti senza volto.

Emanuele Liotta

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