Erdogan incoronato “Sultano”, ma la Turchia è spaccata in due

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Il 16 Aprile del 2017 rimarrà un giorno storico per la Turchia. Il 51,4% dei turchi, pari a 24 milioni e 789 mila voti, ha approvato la riforma costituzionale in senso presidenzialista, contro il 48,6% dei voti contrari, pari a 23 milioni e mezzo di voti. Erdogan vince ma non convince in pratica: con una vittoria risicata, data da uno stacco di voti tra il SI e il NO pari ad appena 1 milione e 200 mila voti, consegna un paese spaccato in due.  Il 16 Aprile passerà alla storia come il giorno in cui la Turchia, dopo 94 anni di repubblica parlamentare, vira verso un sì forte presidenzialismo da avvicinare il paese ad assumere le forme di governo più delle autocrazie medio-orientali, solo formalmente mascherate da compiute e mature democrazie, che le forme presidenziali di stampo occidentale. Ma il il 16 Aprile non verrà ricordato solo come il giorno del mutamento delle forme di governo della Turchia: oltre ad acquistare un valore istituzionale, il referendum acquista un sapore squisitamente politico. Passerà alla storia come il giorno in cui la Turchia si lascia alle spalle il kemalismo e l’eredità di Ataturk, che nel 1923 depose il Sultano Maometto IV, avviando il paese verso la sua occidentalizzazione e l’affrancamento della politica dalla religione, in favore di un ritorno a uno spirito fortemente tradizionalista, anti-occidentale, anti-europeo e islamista.

Perché il 16 Aprile passerà alla storia anche e soprattutto come il giorno in cui la maggioranza turca ha deciso, scientemente, di schierarsi a favore delle purghe di Erdogan, messe arbitrariamente in pratica a seguito del tentato golpe del luglio del 2016, con l’obiettivo dichiarato di consegnare alla giustizia i golpisti, ma strumentalmente utilizzate per liquidare le forme di dissenso potenzialmente idonee a costituire una minaccia alla sua persona. Passerà alla storia come il giorno in cui la maggioranza turca ha autonomamente scelto di porsi in linea di continuità con la limitazione della libertà di stampa e di espressione, con la chiusura dei giornali di opposizione, la reclusione dei giornalisti, la radiazione di migliaia di professori. In pratica con la mutazione del significato ontologico della parola stessa di “democrazia”. La legittimazione popolare dell’autoritarismo è qualcosa che gli europei, specie italiani e tedeschi, hanno vissuto solo poco meno di un secolo fa: mentre Mustafa Kemal, nel 1923, avviava la Turchia verso la modernizzazione, solo un anno prima Vittorio Emanuele III affidava l’incarico di Presidente del Consiglio a Mussolini.

Storicamente, la volontaria accettazione della limitazione delle proprie libertà individuali e collettive, con la consacrazione popolare dell’uomo forte, chiamato sempre in causa come “normalizzatore” di una situazione di crisi istituzionale, è stata sempre foriera di tragiche conseguenze e ancora più tragici e tumultuosi epiloghi. Non ne è esempio solo la passata storia europea, ma anche la recente storia delle primavere arabe. Non diamo mai per scontato le nostre libertà, perché è proprio quando queste sono considerate tali, che vengono in verità messe in pericolo, proprio a causa della maggiore indifferenza con cui vengono trattate dalla massa, perché da queste considerate ormai conquistate e quindi ineliminabili. La conquista delle libertà non è un’attività che si fa una volta nella storia, per poi abbandonare nell’oblio della memoria; non sono un dato di fatto, né una realtà immutabile, ma sono una conquista quotidiana, da difendere con i nostri comportamenti, le nostre azioni e il nostro modo di essere.

Ma il Kemalismo potrà anche essere istituzionalmente superato in Turchia, ma non è affatto morto. L’estrema personalizzazione del referendum, conseguenza del comportamento autoritario di Erdogan di questi ultimi anni, ha portato a una estrema polarizzazione del voto, consegnando una Turchia spaccata in due: tra chi lo sostiene e chi sostanzialmente lo odia! Praticamente quasi metà della popolazione ha votato contro Erdogan, consegnandoci anche risultati politici inaspettati. Se nelle regioni del Kuridstan turco( le regioni in rosso, in basso a destra dell’immagine), la vittoria del No era data per scontata, meno scontato era che il No prevalesse a Istanbul e nella capitale Ankara, città che in 15 anni non hanno mai tradito Erdogan. Il No prevale quindi nel Kurdistan, nelle più laiche regioni costiere lambite dal mare Egeo e nelle 4 più grandi città turche: Istanbul, Ankara, Smirne e Adana.

Dopo almeno due anni di regime autoritario, inasprito con il pretesto dello stato emergenziale, in seguito al tentato golpe; considerate inoltre le modalità di conduzione della campagna referendaria, attuata attraverso una endemica repressione o consistente limitazione e intralcio del dissenso e un dominio mediatico del fronte del SI; dopo, per di più, alcune palesi irregolarità sul voto referendario, denunciate da tutti i partiti di opposizione e dall’OSCE( sono state ammesse anche schede non timbrate, cioè non ufficiali); a seguito, oltre tutto, della soppressione dei giornali di opposizione e l’incarceramento dei dissidenti politici; dopo tutto ciò Erdogan avrebbe dovuto stravincere il referendum, per ottenere quell’investitura popolare di cui necessita fortemente per avere il controllo del paese. Ma una così risicata vittoria consegna a Erdogan un messaggio politico totalmente diverso: che il paese non è tutto suo. Non lo è affatto. Nel voto i cittadini turchi non si sono divisi tra una più o meno ampia fidelizzazione religiosa o politica, ma il fattore principe che ha fortemente influenzato il convincimento individuale è stato proprio quello che inerisce il rapporto tra governanti e governatori, quello che poggia cioè sulla domanda su quale tipo di Stato desiderano i turchi: uno autoritario o uno democratico?

Ma se da una parte è pur vero che il kemalismo non è morto, dall’altra non si facciano troppe illusioni: se Erdogan ha sprezzantemente rifiutato ogni logica di diritto e di rispetto della vita democratica e delle libertà fondamentali prima del referendum, facendo ampio e impudico ricorso alla violenza, certamente i formalismi dei principi democratici non rappresenteranno ora fattori ostruzionistici alla sua opera di trasmutazione della Turchia da esempio di matura democrazia di un paese a maggioranza islamica a mesta clonazione degli autoritarismi medio-orientali.

– Marco Caramma

 

 

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