Gianni Muscolino: lo Steve Jobs nostrano

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Giusy aveva un sogno nel cassetto fin da quando era bambina: essere per un giorno una principessa alla festa del suo diciottesimo compleanno. Non quello di diventare medico, avvocato, ingegnere, ambizioni avulse al mondo in cui Giusy vive. Un mondo diverso da quello a cui siamo abituati, che riecheggia quello raccontato da Verga, quello dei vinti. La famiglia di Giusy fa parte della Catania antica, povera, genuina, tanto mal istruita quanto ricca di valori: il padre venditore ambulante, la moglie casalinga, la sorella ventinovenne con a carico già 5 figli. Un piccolo baluardo del passato che lotta contro la modernità, contro i nuovi stili di vita, contro ogni forma di “invasione” da parte dell’altro mondo, che noi chiamiamo “normale”. Noi appunto, che abbiamo frequentato le scuole, che magari siamo iscritti pure all’Università, che siamo ancorati a modelli e stili di vita che vanno al di fuori dello stretto di Messina. Noi, che non riusciamo a capire le motivazioni che stanno dietro alla scelta di fare un prediciottesimo, che non capiamo il perché di tanti sacrifici economici sostenuti da famiglie ,che di certo non navigano nell’oro,  per un semplice video.

Catania da questo punto di vista è la città perfetta dove questa dicotomia si esplica in tutta la sua drammaticità: una città profondamente divisa in due, il mondo di Giulia, in cui trovano residenza ancora migliaia e migliaia di famiglie, e il resto. Due mondi che non si capiscono tra loro, due concezioni della vita agli antipodi. In questo scenario dicotomico si inserisce lui, il boss dei prediciottesimi, Gianni Muscolino. L’anello di congiunzione dei due mondi. Inutile girarci attorno, il fotografo, divenuto famoso alla cronaca nazionale per la dubbia forma artistica dei suoi video (e dei soggetti), è un vero e proprio guru del settore nonché genio assoluto. Dal nulla ha scovato un bisogno latente e ci ha costruito un business. Prima di lui il fenomeno era assente o quanto meno marginale, adesso assume proporzioni importanti. Prima di lui migliaia di diciassettenni erano del tutto ignari del loro bisogno di fare un prediciottesimo, di essere i veri protagonisti per quei 10 minuti, di diventare e fare ciò che da sempre hanno sognato; Gianni Muscolino ha bussato alle loro porte e gli ha detto: tu hai questo bisogno e sarò io a soddisfarlo! Come fece Steve Jobs con l’iPad, a ciascuno il suo. Tutto grazie alla sua abilità di saper comunicare con il mondo di Giusy. Abilità da non sottovalutare, che gli ha permesso di creare un piccolo impero. Non si spiegherebbe altrimenti il livello spaventoso di trash nei suoi video. Attenzione, trash per noi, non per loro. Perché la vera differenza tra questi due mondi sta nella diversa concezione che si ha del “buongusto”. E non è poco. Muscolino vende un sogno, l’occasione di riscatto sociale dei “vinti”, l’occasione di essere ciò che si vuole e non ciò che la vita ha scelto.

L’evoluzione naturale di questo fenomeno non poteva che approdare in tv , con un programma ad esso dedicato. Il boss dei prediciottesimi, in onda su La5 ogni mercoledì in seconda serata. Per chi non l’ha mai visto, consiglio di vedere la seconda puntata con protagonista proprio la nostra Giusy. Un grande momento di televisione, che in 50 minuti racconta uno spaccato sociale meglio di qualsiasi altro libro di sociologia. Una rappresentazione teatrale della drammaticità della vita: il focolare domestico, l’amore del padre, il rapporto conflittuale con la dolce metà, le difficoltà economiche. Il tutto condito con uno stile che calza a pennello con quello dei video, volto a creare un continuum, un filo rosso che lega la preparazione al video (oggetto della trasmissione) e il prodotto finale, il video del prediciottesimo, che verrà trasmesso durante la cerimonia (non è una festa!) del compleanno. L’unica pecca è che questa sorta di Verismo 2.0 trova naturali contrasti con il mezzo televisivo, per antonomasia filtro di finzione. Il risultato è devastante, soprattutto per la lingua italiana: il non poter parlare in siciliano ha costituito un problema non di poco conto per la famiglia di Giusy, che si è cimentata in una lingua (l’italiano) in larga parte sconosciuta. Tv spazzatura? Può darsi, ma non sarebbe né la prima trasmissione né l’ultima. I catanesi indignati, che non condividono questo modo di fare televisione, che a loro dire, scredita la Sicilia e i siciliani? Che si facessero una risata, e prendessero atto di una realtà che esiste e lotta quotidianamente contro le avversità della vita. Una realtà che viene nascosta ,come polvere sotto il tappetto, da ghetti edilizi che non fanno altro che accentuare la differenza tra questi due mondi.

 

 

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