Islam: gli amici d’Oriente sono i nemici dell’Occidente

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Il termine pregiudizio viene comunemente usato per indicare un atteggiamento particolarmente sfavorevole, se non ostile, verso un soggetto o un gruppo di persone, sorretto da giudizi non conformi alla realtà dei fatti, per erronea o superficiale qualificazione e valutazione degli stessi. Ma oltre a cause e concause che persuadono un soggetto a dar credito a detti pregiudizi, al di là di ogni loro fattualità, sono le loro conseguenze a rappresentare certamente il lato più pernicioso di questo fatto umano: la cristallizzazione di questo falso convincimento personale in verità inossidabile, l’indebita generalizzazione cui conduce, nonché, fattore ancor più grave, l’impermeabilità del soggetto a possibili revisioni della sua stessa convinzione; un rifiuto totale, cioè, a mettere in discussione la fondatezza del (pre)giudizio e a verificarne pertinenza e coerenza. Per tale motivo i pregiudizi sono sempre pericolosi ed estremamente ardui da sradicare, una volta costituiti. Un pregiudizio quindi altro non è se non una falsità. Ma una falsità, costantemente ripetuta, rischia di diventare una verità. Uno dei pregiudizi più diffusi di questi tempi, divenuto ormai verità per molti, è imputare agli immigrati inesistenti colpe sul terrorismo; opinione frequentemente accompagnata dalla considerazione che non esistono musulmani moderati e che tutto l’islam sia una religione di guerra. Onestamente, di questo surrettizio, subdolo sostrato culturale e politico, ormai mestamente diventato egemonico nel nostro paese, ne ho piene le scatole!

Finiamola con questa stronzata che il problema del terrorismo sono i migranti, che non esiste “Islam buono”, che andrebbero espulsi tutti, aprendo una guerra di religione con 1 miliardo e mezzo di musulmani. Finiamola con questa storia “dell’invasione”, della sostituzione etnica, con questa overdose dadaista di dati irreali. In Italia, al 1° Gennaio 2017, gli immigrati rappresentano l’8,3% della popolazione, pari a 5 milioni e 29 mila persone( Dati Istat); dato che va scomposto, perché i residenti extracomunitari, regolari, rappresentano solo il 6,5% della popolazione, pari a 3.931.000 persone (Dati Istat). I musulmani rappresentano invece il 5,5% della popolazione italiana. Ma finiamola pure con questa stronzata di negare che l’Islam non rappresenti comunque parte del problema e di raccontarci la storiella che una volta sconfitto l’Isis avremo risolto la questione; finiamola anche di sottovalutare la questione sicurezza. Entrambe le posizioni guardano al fenomeno, ma non alla sua radice. Vi sembra che chiudendo le frontiere ed espellendo gli immigrati risolveremo il problema? Chiunque può svegliarsi la mattina, afferrare un coltello da cucina, prendere la macchina e seminare morte e panico. Un minimo di organizzazione e un concentrato di pazzia è tutto quello che serve e purtroppo limitate possono essere le difese contro questi tipi di attentati. Ma poi, secondo voi, chiuse le frontiere, cosa impedisce a questi idolatri della morte di prendere l’ultimo disgraziato della terra, magari sconosciuto ai servizi segreti, metterlo su un volo di linea e farlo atterrare in Europa? Hanno bisogno secondo voi dei barconi? Non hanno alcuna necessità di farlo, perché ormai la radicalizzazione avviene su suolo europeo, tramite social network e YouTube.

Su YouTube con fin troppa, sconcertante facilità proliferano centinaia di video di propaganda dell’Isis. Il rapporto tra social network e terrorismo è un fenomeno nuovo, che Al-Qaeda non aveva avuto modo di sperimentare. L’isis ne ha fatto il suo principale canale di reclutamento. Combattiamo sul terreno l’Isis, non riuscendo a limitare adeguatamente i suoi canali di comunicazione. Cosa facciamo, espelliamo tutti i 30 milioni di musulmani europei? Considerare l’Islam una religione unitaria e omogenea è improprio, una pura approssimazione. Come il cristianesimo, nel corso dei secoli, è stato soggetto a divisioni e differenziazioni, che hanno nutrito un sempre più vivo polimorfismo della religione, anche l’Islam ha conosciuto un medesimo processo. La prima grande separazione è quella intercorrente tra sunniti e sciiti, al loro interno poi ulteriormente ramificati: salafiti, alawiti, drusi, aleviti, yazidi e via discorrendo.

Talebani, Al-Qaeda prima, Isis dopo, non sono solo milizie, sono prima di tutto cultura, figlie di quell’estremismo che trova la sua madre proprio nel miglior amico dell’Occidente in Medio Oriente: l’Arabia Saudita e le petrol-monarchie della penisola. Il suo padre nella guerra d’Iraq. L’Arabia Saudita condivide con parte dell’isis la stessa forma di islamismo radicale, lo wahabismo. Eliminato Al-Qaeda è arrivato l’Isis. Eliminato l’Isis ne verrà un altro, perché entrambe sono promanazione non di tutto l’islam, ma solo di quelle forme di islam radicale. Per l’Isis, che vede il mondo come una guerra continua, l’integrazione tra popoli è inconcepibile. La terrorizza. Fare la guerra a tutto il mondo islamico, senza le dovute distinzioni, significa dargli ragione. Non so voi, ma io questa soddisfazione non voglio dargliela! Individuare correttamente il vero problema, distinguere tra chi promuove l’estremismo e chi no, rifuggendo da faziosi, inutili e deleteri condizionamenti politici, figli dell’ignoranza e del razzismo più becero, è il primo passo per affrontarlo. Prendersela con tutti è come prendersela con nessuno. Sconcerta però la negazione che l’occidente opera verso l’Arabia Saudita: riteniamo questa teocrazia un alleato essenziale e fingiamo di non vedere che è il principale mecenate ideologico dell’estremismo religioso. Come Trump, che parla di lotta all’estremismo islamico in Arabia, nel paese che ne ha fatto religione di Stato, vendendogli poi armi per 100 miliardi, e guarda cas viene esclusa dal suo Muslim Ban. Ma il problema, questa bipolarità nell’atteggiamento verso l’Arabia Saudita e l’Islam, non è solo americano, ma dell’Occidente, unitariamente considerato.

Combattere il fenomeno, ma finanziando la fonte, non risolve il problema; ne posticipa, acuendoli, gli effetti. Gli si fornisce tempo, tacito consenso, al limite della connivenza, nonché fiumi di denaro, per diffondere capillarmente la propria ideologia. L’Arabia Saudita non è solo una petrol-monarchia: produce libri, testi, teologi, leggi religiose, politiche mediatiche ed editoriali aggressive, volte tutte all’asseverazione del proprio credo. Un credo alienante da ogni forma di rispetto dei più elementari diritti umani, declinato in un rapporto tossico e spregevole verso le donne, verso l’arte e in cui la cultura occidentale viene presentata come un profluvio di empietà. Potremmo pure sterminare tutti gli jihadisti, ma altri ne nasceranno, nutriti e indottrinati dagli stessi libri, dagli stessi teologi, sulla stessa ideologia. Secondo Yousaf Butt, direttore del Cultural Intelligence Institute del Michigan, i sauditi, negli ultimi trent’anni, avrebbero elargito circa 100 miliardi di dollari per propagare il wahabismo nel mondo, attraverso moschee e centri culturali. Per avere un termine di raffronto, secondo le medesime stime, l’Urss, nel periodo 1921-1991, in 70 anni, per diffondere il comunismo avrebbe speso la “modica” cifra di 7 miliardi di dollari.

Lo si ripeta quindi: il wahabismo, non tutto l’Islam è il pericolo, perché concorre, con i finanziamenti delle petrol-monarchie, a mutare la natura di islam praticato dai nordafricani, più tollerante e aperto, plasmandolo sul modello wahabita. Ma il ruolo dell’Arabia Saudita nella diffusione dello wahabismo, è bene dirlo, non è espressamente diretta alla promozione del terrorismo in Europa, in sé e per sé; questo, piuttosto ne rappresenta una conseguenza. Il ruolo dei sauditi si innesta più in profondità: nel conflitto e nella competizione secolare tra sciiti e sunniti. Il fine ultimo non è tanto una guerra sporca all’Occidente, ma una influenza e una sovranità globale sul mondo islamico, in ossequio ai propri dogmi e in contrapposizione all’Iran. L’Occidente si inserisce, per via degli interessi geostrategici e commerciali che nutre sull’area, in questa guerra inter-religiosa, attraverso la quale, nel corso dei decenni, Iran e Arabia Saudita si sono spartiti le rispettive zone di influenza in Medio Oriente, perseguendo l’intransigente obiettivo di eliminarsi a vicenda. 

L’acutizzazione dell’estremismo islamico viene presentata come il cancro del decennio, ma si evita, scientemente, di indirizzare l’attenzione alla sua fonte, a ciò che lo ha creato e lo sostiene, per via di un necessario pragmatismo, che richiede di scegliere tra le posizioni ideologiche e il rispetto dei diritti umani da un lato e gli interessi commerciali e strategici nell’area dall’altro. Rompere i legami con l’Arabia Saudita non è qualcosa che si può fare dall’oggi al domani, rimane comunque un alleato fondamentale nel gioco delle alleanze in Medio Oriente e nella guerra siriana(qui) . Ogni Stato europeo ha propri legami e interessi con i sauditi. L’Italia, per esempio, importa annualmente tra il 9 e il 14% del suo fabbisogno di petrolio dai pozzi sauditi. Il flusso di import-export delle aziende con l’Arabia ammonta a più di 6 miliardi di euro l’anno. Nel solo 2016 abbiamo venduto armi all’Arabia per 427 milioni di euro, cifra quadruplicata dal 2014.

Si continua a preferire l’Arabia all’Iran, non certo campione di democrazia e liberalità, ma più “moderato” dei sauditi. Ciò che con ogni probabilità contribuisce a frenare i paesi occidentali da un ampliamento dei rapporti con l’Iran è il timore nutrito verso la possibilità di questo di dotarsi di un’arma nucleare, unito alla profonda ostilità con Israele. Pragmatismo richiederebbe una perpetuazione dei legami con i sauditi; ma, considerata la sempre più penetrante influenza che l’Arabia e la cultura wahabita esercitano sul mondo islamico, pragmatismo richiede ormai pure una impossibilità di subordinare il rispetto dei diritti umani e la sicurezza dei cittadini alle logiche affaristiche.

Affrancarci dalla dipendenza dal petrolio è l’unico modo per rompere i fili di interessi che ci legano al paese. Differenziare il suo approvvigionamento, incrementandolo da altri paesi, in modo da annullare quello proveniente dall’Arabia, è un’altra e forse più immediata soluzione. Per uno Stato, la cui opulenza è fondata per il 65% del suo Pil sul commercio del’olio nero e suoi derivati, significherebbe il collasso. Abbiamo le tecnologie per farlo, ma il processo di transizione a fonti energetiche rinnovabili, che riducano drasticamente il fabbisogno di petrolio, ridimensionandolo a componete energetica secondaria e non più primaria, necessita di una lungimiranza politica, di un impegno sociale e di finanziamenti pubblici ben più ampi di quelli che sono stati messi in campo. Ma disquisire di un riassetto delle alleanze mondiali o di una epifania dei governi europei nel loro impegno sulle fonti rinnovabili significa parlare inevitabilmente di strategie che richiedono tempo e che dispiegano i loro effetti solo nel lungo termine. Nel mentre, però, l’influenza del wahabismo rischia di estendersi sempre più in profondità anche in Europa, tramite i sovvenzionamenti che moschee e centri culturali islamici europei ricevono dalle petrolmonarchie.

Quale può essere, allora, la soluzione più immediata, per frenare la strisciante penetrazione della cultura wahabita in Europa? Il giovane e rampante Sebastian Kurtz, probabile futuro Primo Ministro austriaco, nel suo ruolo di Ministro dell’Integrazione, portò all’approvazione in Parlamento di una legge che si è posta l’ambizione di promuovere un “Islam europeo”, riconoscendo nuovi diritti alle comunità islamiche, ma al contempo imponendo precisi obblighi. Nelle moschee si dovrà parlare tedesco e non arabo e gli imam dovranno compiere gli studi teologici all’Università di Vienna. Presso l’ateneo verrà istituita una cattedra di teologia islamica, composta da sei docenti, per la nomina dei quali le comunità islamiche dovranno essere consultate. La legge dello Stato dovrà sempre essere osservata, qualora entri in contrasto con le tradizioni religiose. Inoltre e questo è il nucleo fondamentale della legge, che interessa precipuamente al nostro discorso, si proibisce alle organizzazioni religiose di ricevere finanziamenti e fondi dall’estero, così come si vieta agli imam di essere stipendiati da paesi stranieri. Ma la creazione di un Islam europeo postula il necessario previo confronto con le comunità religiose di matrice islamica.

In Italia, con il ministro Minniti, si è recentemente raggiunto un “Patto” con il 70% delle comunità islamiche del paese, per una regolamentazione dei reciproci rapporti, che riprende in parte i principi ispiratori della legge austriaca. Non ancora un’intesa vera e propria, ma un avvio per approdarvi. La Costituzione italiana, nel suo articolo 8, prevede, al suo terzo comma, che i rapporti con lo Stato delle confessioni religiose diverse dalla cattolica”sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Dal 1984 in poi, anno della modifica dei Patti Lateranensi, l’Italia ha raggiunto intese con 11 religioni, ma non ancora con la comunità islamica. Le religioni prive di intesa rimangono assoggettate alla legge sui “culti ammessi”n.1159 del ’29, promulgata in epoca fascista e fortemente discriminatoria. La stipula di intese con lo Stato sono quindi essenziali per le comunità religiose, poiché consentono alle stesse di accedere a specifiche normative di tutela del sentimento religioso, nonché di promozione e valorizzazione della stessa religione, a norma dei valori costituzionali. L’intesa è fondamentale, perché essa rappresenta inoltre l’unica via di accesso alla partecipazione dei sovvenzionamenti dell’8 per mille. Le comunità religiose islamiche si fanno sovvenzionare dall’estero, proprio perché non possono accedere all’8 per mille.

Il raggiungimento di una intesa è quindi di primario interesse comune, per lo Stato e per le comunità islamiche. Diffusa è l’opinione, quindi, che alle religioni prive di intesa non debbano esser riconosciuti tutta una serie di diritti costituzionali, quali, soprattutto, la possibilità di costruire templi( moschee nel nostro caso). In verità è un’opinione che poggia su presupposti del tutto sbagliati. La Corte Costituzionale, con sentenza 346/2002, ha specificato che le intese di cui all’art. 8, terzo comma”non sono e non possono essere… una condizione imposta dai pubblici poteri per usufruire della libertà di organizzazione e di azione garantita dal primo e dal secondo comma dello stesso art. 8″. L’art.8, primo comma sancisce infatti che” Tutte le religioni sono egualmente libere davanti alla legge”. Chiaro, lampante. Tuttavia proprio su questo presupposto si sono fondate e si fondano molte politiche regionali discriminatorie avverso la religione islamica, che negano o limitano fortemente la libertà dei fedeli di costruire moschee. Basti pensare alle L. regionale della Lombardia n.20/1992, che subordinava tale possibilità alla previa stipula di intese con lo Stato, poi dichiarata incostituzionale e sostituita con l’altrettanto discriminatoria L.62/2015, anch’essa dichiarata poi incostituzionale.

Queste leggi discriminatorie, senza mezzi termini, sono costruite sull’ignoranza, il razzismo e l’idiozia! Fondate tutte su questo sostrato politico-culturale che quasi ambisce a uno scontro di civiltà. L’Austria non ha imposto la legge, essa è stata oggetto di confronto ed elaborazione comune con le comunità islamiche del paese. Solo con il tramite di una previa opera di profonda concertazione tra le autorità religiose islamiche e statali si può approdare a una legge condivisa, che non alimenti conflitti inter-religiosi e scontri di civiltà. In altre parole: la tutela della sicurezza dei cittadini, dei valori e della cultura occidentale, non passa tramite un misconoscimento o peggio una negazione e una razzista ostilità verso la religione islamica, alimentato dall’apodittico (pre)giudizio che l’intero islam sia una religione di guerra, ma proprio attraverso la corretta individuazione dei pericoli e delle fonti di estremismo, scevra da indebite generalizzazioni e il riconoscimento della sua dignità, della libertà e del diritto dei fedeli di professarla, farne propaganda ed esercitarne il culto, secondo le leggi e i principi europei. Da una parte c’è l’idiozia, dall’altra la politica. Siete liberi di scegliere da che parte stare.

Per un approfondimento del tema consigliamo questi link:

Repubblica

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Linkiesta

 

 

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