La Catalogna e gli errori di Rajoy

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Catalogna. Da una parte una comunità reietta, che chiede a gran voce riconoscimento della sua identità di popolo, dall’altro la gran solerzia del governo centrale, volta a reprimere una consultazione comunque incostituzionale. Da una parte la fascinazione di uno Stato catalano indipendente, che da generazioni germina nei più edonistici desideri dei catalani, dall’altra la forza del diritto e della Costituzione, posta a salvaguardia dell’unità nazionale e allo scoraggiamento dell’irredentismo e di moti centrifughi, in un paese, la Spagna, estremamente frammentato in plurime componenti etniche. La polarizzazione delle posizioni e il rifiuto di ognuna delle parti di addivenire a una comune soluzione ha condotto alla fine a una situazione sfibrante per l’intera società spagnola. Un campionario di errori, commessi uno dopo l’altro da Rajoy, ha esacerbato un clima già teso, alimentando sempre più la convinzione dei catalani indipendentisti della giustezza delle loro aspirazioni.

Nel diritto internazionale non esiste, in realtà, il principio di autodeterminazione interna dei popoli; il principio cioè, secondo cui una regione di uno stato può dichiararsi indipendente. Il principio di autodeterminazione dei popoli è stato uno strumento, utile in passato, come base giuridica per legittimare l’indipendenza delle colonie europee in Africa. Affrancate queste, lo stesso principio ha perso cogenza, proprio perché pensato unicamente a tal fine. In definitiva, quindi, le rivendicazioni catalane in realtà si baserebbero su un principio, di autodeterminazione interna dei popoli, inesistente nel diritto internazionale. Ma le leggi di uno Stato, il diritto internazionale e la stessa Costituzione sono, alla fine e pur sempre costruzioni umane e come ogni costruzione umana essa si regge sulla volontà degli uomini di attribuirgli cogenza e valore. Come opporre quindi il rispetto delle norme di uno Stato a una intera comunità che non si riconosce più in esso e che addirittura le sfida?

Non si può risolvere sul piano giuridico una questione che richiede invece una particolare sensibilità squisitamente politica. Il sentimento indipendentista catalano non è quello folkloristico veneto o quello minoritario sardo, è invece forse molto più profondo anche di quello scozzese. Proprio l’esempio del referendum scozzese avrebbe dovuto costituire per Rajoy la bussola per gestire assennatamente, politicamente una situazione ormai irrimediabilmente deteriorata. Quando il sentimento indipendentista è sì forte, favorire il referendum è l’unico via percorribile per non alimentare ulteriormente la spaccatura del stessuto sociale ed è l’unico modo, forse, anche per vincerlo. Se Rajoy, invece di esautorare la votazione di ogni valore politico, invece di opporsi frontalmente allo sciovinismo catalano, avesse optato di accettare la sfida postagli dai leader catalani, forse avrebbe anche evitato di essere ricordato nella storia come il Presidente spagnolo che ha contribuito a dividere il paese. Come riunire, domani, un paese profondamente diviso? Come riallacciare i legami sfibrati del tessuto sociale spagnolo? Come giustificare ancora ai catalani l’importanza di una Spagna unita? Non avvertiranno, forse, questi, un ancor più radicato sentimento di alienazione da Madrid?

Perché è chiaro che ai leader catalani nulla importano le condizioni di legalità in cui si svolge realmente la consultazione; anzi, più il governo tenta di impedirla, più agevole sarà agevole vendere alla comunità internazionale l’immagine del popolo oppresso, del un governo centrale che annichilisce i diritti democratici fondamentali di una comunità, che reprime con la forza il voto. La sconsideratezza e l’arroganza dei leader catalani hanno concorso anch’esse alla overdose di anti-democraticità in cui si sta svolgendo il referendum. Come si può considerare democratico un referendum imposto al Parlamento, non concertato con opposizioni locali e governo centrale? In cui non è stato garantito tempo e spazio ai sostenitori del No? In cui è stato previsto un quorum di partecipazione del solo 37% per la validazione della consultazione? Il voto su uno Stato indipendente è cosa seria. Come lo si può legittimare su una maggioranza relativa? Il Parlamento catalano ha dato una mera parvenza di democraticità della votazione, difettando in realtà in modo lapalissiano. Il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno si è svolto in un clima molto più democratico a confronto. Chiaro è allora che i leader catalani utilizzeranno strumentalmente la consultazione per dichiarare l’indipendenza della Catalogna; non importa un’eventuale bassa affluenza, perché, grazie alla miopia del governo centrale, potranno giustificarla con l’ostruzionismo di Madrid; è sufficiente un solo voto in più per il Sì. Anche su questo si contano gli errori di Rajoy; anche per questo, per quanto il referendum possa essere contrario a Costituzione e allo stato di diritto, la questione necessitava una soluzione politica, non giuridica e poliziesca.

L’indipendentismo catalano si innesta in profondità nella storia del paese. L’ultimo leader catalano a dichiarare l’indipendenza della Catalogna fu Lluìs Company, presidente della Generalitat, il governo della Catalogna, all’epoca di Francisco Franco. Alla fine della guerra civile spagnola Company si rifugiò in Francia; qui venne catturato dalla Gestapo, consegnato dai tedeschi a Franco e da lui fatto giustiziare. Franco poi dichiarò la Catalogna “regione nemica”, abolì l’autonomia e rese illegale l’uso della lingua catalana. Si poteva andare in carcere solo a parlarla. Nonostante l’epoca franchista sia relegata agli annali della storia da 40 anni e la Catalogna abbia riconquistato progressivamente la sua autonomia linguistica, culturale e politica, nella società catalana è rimasto ancora vivo il suo ricordo e il leit-motiv dell’oppressione castigliana rappresenta tutt’oggi una delle giustificazioni principali nei ragionamenti degli indipendentisti, rinverdito in questi giorni dall’atteggiamento del governo di Rajoy.

L’indipendentismo catalano è un’aspirazione e un sentimento costruito e coltivato pazientemente nel tempo, che ormai investe tutte le generazioni, anche e soprattutto le più giovani. Fino agli anni ottanta il catalano si parlava solo nelle case. Poi, quando la Catalogna riacquistò le sue competenze sull’istruzione, mise in pratica la politica della così detta “immersione”. Da quel momento in poi la lingua di insegnamento in tutte le scuole pubbliche fu il catalano; allo spagnolo sono relegate due-tre ore al massimo, quanto l’inglese. I catalani sapevano bene che il fattore linguistico è spesso il legame identitario più forte, ancor più della religione, della storia, dei costumi e della cultura comuni. Oggi anche i figli degli immigrati parlano catalano, si sentono catalani.

La società spagnola, in realtà, è una società anonima: ogni comunità è riuscita a mantenere nel tempo una propria identità, a preservarla e coltivarla. Galiziani, Baschi, Valenciani, Catalani, sono tutte comunità ove è presente un sentimento indipendentista, più o meno condiviso dalla popolazione. La migliore delle soluzioni possibili per preservare l’unità politica e sociale di un paese come la Spagna sarebbe stata la creazione di una Stato federale. Il referendum catalano poteva rappresentare il crocevia per un profondo rinnovamento costituzionale, che le spinte centraliste di Madrid non hanno però saputo cogliere e sfruttare. Domani avremo una nuova nazione in Europa oppure una società spagnola irrimediabilmente compromessa.

-Marco Caramma

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