Le lezioni americane, letteratura allo specchio

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La totale autonomia concessagli dall’università di Harvard non entusiasma particolarmente Italo Calvino, convinto com’è del ruolo fondamentale che gioca la costrizione nel suo lavoro letterario.

L’invito ufficiale dalla città di Cambridge, in Massachusetts è arrivato il 6 giugno 1984: lo scrittore dovrà tenere un ciclo di sei conferenze a tema libero nel contesto delle Charles Eliot Norton Poetry Lectures.

Dal 1926 queste lezioni di comunicazione poetica sono affidate ad autori di rilievo internazionale  (T.S. Eliot, Jorge Luis Borges, Igor Stravinskij, Octavio Paz e molti altri) e, per la prima volta in assoluto, vedono un italiano come protagonista.

Il lavoro di Calvino è come sempre puntuale e minuzioso e – un appunto dopo l’altro – la sua penna riesce finalmente a scavare il tracciato che le conferenze dovranno seguire: i valori letterari da conservare per il prossimo millennio alle porte. 

 

Il millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. Ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologica cosiddetta postindustriale.                 La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore.

– Italo Calvino, Lezioni Americane, 1988

Superata l’impasse da eccessiva libertà nella scelta del tema, Calvino può finalmente dedicarsi alla consueta scrittura ossessiva e, con il passare dei mesi, le idee che si sovrappongono nella testa e i fogli impilati sulla sua scrivania non bastano più a coprire l’arco di sei lezioni ma “almeno otto, non soltanto le sei previste e obbligatorie”, come scriverà in seguito la moglie Esther.

Il ciclo di conferenze ha un’impalcatura ben precisa: in ordine decrescente sono analizzati i valori cardine della letteratura del secondo millennio, con il proposito di comprendere e conservare il patrimonio letterario che erediterà il millennio successivo ormai prossimo.

Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Coerenza, sono le immagini da portare con sé nel grande salto vero il futuro, Leopardi, Ovidio, Kafka, Gadda, Dostoevskij e mille altri sono i volti familiari da non dimenticare mai, per continuare il dialogo infinito della letteratura.

Nella sudata e tortuosa – ma allo stesso tempo limpida e cristallina – ricerca dei nostri modelli (I nostri antenati, verrebbe da dire), lo scrittore allestisce un raffinato gioco di specchi: alla superficie limpida e intangibile del vetro della letteratura – sulla quale trova posto tutta la complessità del reale – Calvino pone davanti un altro specchio, “la descrizione della descrizione, l’enigma che risponde all’enigma”: la letteratura che parla di letteratura.

 

Un libro stupendamente duplice, un testo letterario che parla di letteratura. Le lezioni americane di Calvino si collocano sulla cima perigliosa della chiarezza: quella che illumina tutte le ambiguità, la duplicità, l’insondabile superficialità del discorso letterario. Tutto è chiaro, ma niente è limpido; tutto è rigoroso ma niente è immobile; tutto “è lì”, ma non lo puoi toccare.

– Giorgio Manganelli, Il Messaggero, 10 giugno 1988

 

Sono numerosi anche i collegamenti con le opere dello stesso autore: Il sentiero dei nidi di ragno, Le Cosmicomiche, I nostri antenati, Ti con zero, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Le città invisibili, etc…

Tutto nel mondo di Calvino è avvolto nella leggerezza dell’aria che tiene sospese e mescola  immagini eterogenee e apparentemente sconnesse tra di loro, ma parte dello stesso dialogo.

La visione non è mai immediata, non c’è contaminazione con la realtà: l’autore costruisce castelli di carte e città invisibili tanto irreali quanto coerenti alla superficie riflettente dello specchio.

Ma – riprendendo nuovamente la brillante interpretazione di Manganelli – “che cosa è l’argomento dello specchio? Ancora la letteratura, la letteratura come mondo, spazio, universo.” 

Colpito da un ictus il 6 settembre 1985, Calvino viene ricoverato all’ospedale di Santa Maria della Scala a Siena dove si spegne qualche giorno dopo: il ciclo di conferenze programmate per l’autunno di quell’anno non si realizzerà.

Il dattiloscritto de Le lezioni americane – che prenderanno questo nome dalla consueta domanda dell’amico Piero Citati, “come vanno le lezioni americane?” – si trova sulla scrivania dell’autore, in perfetto ordine: ogni singola conferenza è riposta in una cartella trasparente e l’insieme raccolto dentro una cartella rigida, pronto per essere messo nella valigia quando viene raccolto dalla moglie Esther (nota1) che ne permetterà la pubblicazione nel 1988.

Nonostante la morte improvvisa, il tentativo di farsi Prometeo e regalare il fuoco della letteratura al nostro millennio è riuscita a Calvino e non poteva essere altrimenti: “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati.”  

 

Solo se poeti e scrittori si proporranno impresse che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo. 

-Italo Calvino, Lezioni Americane

 

Nota1 – Tratto da: Esther Calvino, Prefazione a Le Lezioni Americane, Garzanti, 1988

Davide Scorretti

 

 

 

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