I limiti della Satira: in cerca di risposta

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Dall’attentato di Charlie Hebdo mi pongo la questione del confine della libertà di satira e la vignetta sui morti di Amatrice ha rinnovato in me l’interesse sul tema. Ritengo la questione più complessa di quella che possa apparire in superficie,per tale motivo non mi va di esprimermi per assoluti su di essa,senza possibilità di replica,perché non vivo di assoluti; quindi chi leggerà questo articolo,prenda lo stesso più come un fluire di pensieri,suscettibili ancora di mutamento,piuttosto che la verità immutabile. Nonostante ciò cercherò di illustrare,nei limiti del possibile,cos’è la satira,la sua definizione giuridica e le sue problematiche,avvalendomi anche di contributi del buon Luttazzi e attraverso questi ricostruire una sua immagine,in relazione anche ai recenti avvenimenti.

Nell’enciclopedia Treccani per “Satira” si intende la:”Composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o con il ridicolo concezioni,passioni,modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo”. Il dizionario Garzanti ci fornisce invece questa descrizione:”genere letterario che ritrae con intenti critici e morali personaggi e ambienti della realtà e dell’attualità,in toni che vanno dalla pacata ironia alla denuncia,all’invettiva più acre”. Dall’attentato di Charlie,spesso e volentieri è capitato di imbattersi in definizioni arbitrarie di satira,mistificandone anche il ruolo: nel descriverla,comune a molte persone è l’utilizzo del termine “sottile”. Molti reputano che questa debba unicamente essere “sottile”,cioè debba provocare il riso e la denuncia sociale attraverso una non meglio precisata eleganza e uno stile che non debba mai cedere al volgare o alla sfrontatezza. Attraverso la definizione incrociata di satira fatta da Treccani e Garzanti,possiamo però rilevare un elemento comune: nel descriverla il primo sottolinea che “colpisce con lo scherno o il ridicolo”,mentre il secondo”in toni che vanno dalla pacata ironia,alla denuncia,all’invettiva più acre”. Se noi andassimo a cercare il significato di “scherno” in Treccani il risultato sarebbe questo:”L’atto, il fatto di deridere,di mettere in ridicolo con malanimo,in modo sprezzante”. La teoria largamente diffusa quindi,secondo la quale la satira non possa essere sporca,brutta e cattiva,contrasta con la sua definizione immanente. Quest’ultima può essere sottile,così come può anche essere sprezzante,sconcia e pesante.

Il timore più grande che si nutre attorno a un riconoscimento di un’incondizionata libertà di satira è che dietro di essa si possano in realtà celare agevolmente le più ributtanti e feroci ingiurie contro la persona,tutt’altro che innocue e gioconde,lesive della dignità e della reputazione altrui. La giurisprudenza è sovente intervenuta in merito al sottile,evanescente confine tra satira e diffamazione. I suoi contributi sono così numerosi che l’argomento meriterebbe una trattazione esclusiva per essere esaustivo; noi ci limiteremo a delinearne brevemente i contorni. In relazione all’esercizio del diritto di satira si ritiene che questo non può,per sua stessa natura,essere soggetto ai medesimi limiti impiegati per valutare la liceità del diritto di cronaca e di critica e, in particolare,quelli inerenti alla verità e alla correttezza espressiva (Trib. Roma, 5.6.1991). Non è necessario,in pratica,una corrispondenza tra verità e satira,poiché quest’ultima fa spesso uso di paradossi,di grossolane alterazioni della realtà,di grottesche immagini non rispondenti al vero. In particolare,secondo i giudici italiani,la satira”non costituisce una risposta ad esigenze informative”(Trib. Roma 13.2.1992).

Dopo una serie di sentenze simili,che prendevano atto che la satira è diversa dalla stampa e che quindi non le possono essere applicati gli stessi parametri e limiti,la Corte di Cassazione penale,nella sentenza 2118/00,è giunta a una conclusione riguardo il suo limite,individuabile nella correttezza: in pratica la satira non può imputare alla persona condotte illecite o moralmente disonorevoli,accostamenti volgari o ripugnanti o la deformazione dell’’immagine,che susciti disprezzo o dileggio. Un suo simile utilizzo può essere considerato disonorevole e diffamatorio. A questa sentenza però segue un particolare problema,che è un po’ il problema immanente della satira. Nelle sentenze 10372/99 e 9839/98 della Corte di Cassazione Penale si è statuito che affinché il reato si perfezioni è sufficiente che le caratteristiche del soggetto sottoposto a satira siano anche semplicemente tratteggiate,abbiano un contenuto allusivo così che siano comprensive anche dall’’uomo medio. Inoltre,in base ad un orientamento recente e costante della dottrina e della giurisprudenza,la lesione dell’’onore di una persona è da valutarsi non in base alle credenze della società,dell’’epoca in cui l’’offeso vive,ma in base a ciò che quest’ultimo ritiene e percepisce come lesivo della sua personalità,intesa nella sua accezione più lata. Cosa significa? Significa che il giudice dovrà valutare di volta in volta,dotato di ampia discrezionalità a riguardo,cosa possa ritenersi lesivo della reputazione altrui e cosa invece no. Significa,che,se pur la giurisprudenza ha delineato una certa immagine di satira e certi suoi limiti,questi sono ben lungi dall’essere oggettivi e immutabili,bensì ancorati alla mera valutazione individuale,per il semplice motivo che ciò che per me può essere offensivo,per altro,la medesima battuta,può ritenersi normale satira. Perché se è pur vero che dietro la satira si possono celare i più efferati insulti,è anche vero che a causa dell’inevitabile,ampia aleatorietà ed estrema variabilità dei suoi confini,dietro i limiti fissati dalla giurisprudenza,essendo gli stessi così magmatici e soggettivi,si possono nascondere anche le più pretestuose e strumentali accuse contro di essa.

Il gradimento e il margine di “tollerabilità” della satira variano da persona a persona,pensare quindi che ci siano dei limiti assoluti,invalicabili della stessa significa commettere un errore di valutazione. In molti,per esempio,hanno manifestato profondo disprezzo per la vignetta di Charlie su Amatrice perché quest’ultima utilizzava un argomento tabù,la morte,per provocare il riso. Luttazzi,uno che di satira ci vive da più di 20 anni,in una bella intervista a “L’Espresso” nel dicembre del 2007 diceva:” Da Aristofane in poi gli argomenti della satira sono quattro: politica,religione,sesso,morte. Non se ne esce. Questi temi occupano la nostra vita e le relazioni che abbiamo con il prossimo”.  Facendo un salto indietro nel tempo,l’asserzione di Luttazzi trova piena corrispondenza con la storia: il tema della morte è sempre stato uno dei grandi temi della satira. Scandalizzarsi solo perché se ne fa uso pare piuttosto antistorico e irrazionale,nonché argomento da fariseo. Luttazzi per esempio,nel 2003,nei Dialoghi platonici andati in scena a Genova,ritrasse un Andreotti che si eccitava dinnanzi il cadavere di Moro. Ha usato la morte,la vittima,per denunciare il Potere. Diciamo che è questo forse il vero limite della Satira. Lo stesso Luttazzi infatti,se pur egli stesso fa uso della morte per fare satira,si è violentemente scagliato contro la vignetta di Charlie su Amatrice e nel suo blog ha fatto un’auto-intervista,rispondendo ad alcune domande. Luttazzi asserisce:”Quella vignettaccia ha disturbato perché sbeffeggiava delle vittime,non perché fosse satira efficace”. Ciò che distingue però il “J’accuse” di Luttazzi da molti altri è che lui critica aspramente la vignetta di Charlie non perché fa satira attraverso l’argomento morte,in sé lecito,ma perché dileggia le vittime.

Ricordo come fece molto scalpore la disgustosa intercettazione telefonica a seguito del terremoto dell’Aquila,in cui un imprenditore,ridendo,considerava “un colpo di culo” il terremoto,perché così si sarebbero “pappati gli appalti”. Ecco,una vignetta simile,che avesse ritratto degli appaltatori sfregarsi le mani davanti le vittime del terremoto di Amatrice avrebbe avuto diverso peso,per il semplice motivo che avrebbe denunciato l’opportunismo di alcuni imprenditori privi di morale,dinnanzi una tragedia. Allora si può laicamente dire che la vignetta sul terremoto fa semplicemente schifo(perché fa schifo!),ma non tanto perché fa satira sui morti,in sé assolutamente lecita,quanto piuttosto perché artisticamente e stilisticamente scadente,perché fa satira sui morti in modo sbagliato,perché dileggia le vittime. Luttazzi tenta di chiarire a riguardo:” Quando sei nel dubbio,chiediti sempre: “Chi è il bersaglio?” In quel racconto(Dialoghi platonici ndr),il bersaglio non era la vittima (Moro) ma i suoi carnefici”. Luttazzi quindi si spinge oltre,ammettendo la possibilità di fare satira anche sulle vittime,continuando:” Fu ben diversacharlie-hebdo la vignetta che Charlie Hebdo pubblicò dopo quella strage(Bataclan ndr). Lo sfottò grottesco era contro i terroristi, non contro le vittime. Questa vignetta abbraccia le vittime in un “noi” che invece manca nella vignettaccia sulle lasagne”. Luttazzi però si premura di sottolineare come la sua sia solo un delle interpretazioni possibili:”Non esiste la reazione “corretta”(alla vignetta ndr): ogni reazione dipende dalla propria ideologia e dalla propria cultura. Per questo lascio l’interpretazione soggettiva a voi”. Ammonisce inoltre dall’accostare determinati aggettivi alla satira:”La satira è anti-ideologica: se ti appelli all’empietà finisci per condannare tutta la satira”,il che non si dissocia anche da una sua affermazione del 2007:” Quello della volgarità,da sempre,è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira. Che sia chiaro una volta per tutte: la volgarità è la tecnica della satira. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione,calunnia. La satira è arte: o è totalmente libera o non è satira”. Insomma,possiamo sindacare la scelta artistica,ma non possiamo sindacare il merito della scelta. Utilizzare determinate categorie morali,quali il buon gusto,il pudore o l’empietà,per un giudizio artistico può rivelarsi pericoloso.

Personalmente mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda di Luttazzi,che è anche,in certo qual modo,il pensiero di Dario Fo,altro grande esperto sull’argomento: si può fare satira su tutto e su tutti,anche sulle vittime,purché il bersaglio non siano loro; come lo stesso Luttazzi mette d’altronde in evidenza sul suo blog,attraverso un limpido esempio:”E’ satira la vignetta contro i preti pedofili; non è più satira se sbeffeggia i bimbi molestati. Oh, nel secondo caso la vignetta certo creerebbe uno scalpore enorme, ma sarebbe la giusta indignazione contro una cosa ripugnante. Godere della vignetta che sbeffeggia i bimbi molestati ti schiera coi preti pedofili. Non credo che approveresti. Se sì, stai confondendo la satira con ciò che non lo è”. Indubbiamente. Non si può non essere d’accordo con Luttazzi sul punto. Così come non è satira una battuta su un gay che si suicida a causa di bullismo nei suoi confronti. Qui però mi pongo una domanda a cui non ho trovato ancora una risposta: chi è considerato vittima dalla società? Se per i morti di Amatrice non sorgono dubbi a riguardo,per altre categorie di soggetti il problema si pone eccome! E’ vittima il gay,la donna,il nero,l’immigrato quando su di essi si fa satira,in assenza di particolari soprusi su di essi? Tutte categorie in un certo qual modo tutelate maggiormente dalla società contemporanea,tutte categorie ove la satira,nella maggior parte dei casi,stando alla mia esperienza,produce solo un suo accorato rigetto da parte dei più. Perché,per esempio,mi domando,il ragazzo credente che si offende per la satira sulla sua religione è tacciato di bigottismo,mentre il ragazzo che fa satira sui gay deve esser considerato necessariamente un omofobo(che magari non è,anzi,magari li difende)? Questione ironicamente messa in evidenza da un post di Luca Bizzarri su Facebook,che forse si dissocia da quanto sostenuto da Luttazzi e con il quale concludo,ponendo,ma non risolvendo tale dubbio.luca-bizzarri

 

 

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