Luce sulle ombre: la Buona Novella di De André

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Si apre il sipario, tende rosse, color della passione. Il teatro è inquieto, compare una luce sul palco.

Nazareth, anno 0: si ode un urlo soffocato provenire da una grotta umida e tetra, subito seguito da un pianto di neonato. Gesù Cristo è appena venuto al mondo.

E’ questo il modo che viene solitamente utilizzato per introdurre la storia del più grande personaggio storico mai esistito, Gesù Cristo: eppure non appena le parole “storia” e “Gesù” vengono messe vicine ecco che si cominciano a vedere sguardi annoiati, occhi rivolti verso il cielo, bocche intente a sbadigliare mentre la mente vola verso altri luoghi. Perché?

Diciamocelo, la storia della vita di Cristo è parecchio noiosa e non perché priva di eventi interessanti o non religiosamente condivisibile- anche chi non crede può trovare istruttiva o interessante una parabola- ma perché sentita e stra sentita. Fin dalle scuole elementari, se non prima, essa viene raccontata, poi per chi ha fatto comunioni e cresime peggio ancora! Anni e anni in cui si viene imboccati a forza sempre con la stessa storia.

Annunciazione con l’angelo, parto in grotta, Gesù con gli apostoli, Gesù a Gerusalemme, Gesù tradito, morte e resurrezione, fine. The End.

Le scene che vengono illuminate su questo palcoscenico sono sempre le stesse, mentre una componente di figure ed eventi si muovono silenziosi dietro le quinte, rimanendo nell’ombra.

Ma c’è sempre qualcuno a cui interessa far luce ed è proprio per questo che Fabrizio De André crea il concept album La Buona Novella (1970) dove dedica i suoi testi a chi ha sempre avuto poco spazio in questa grande storia.

Comincia con Maria –Maria la Vergine Immacolata, Maria la Santa, Maria la Madre di Cristo– che all’inizio non è altro che una bambinetta con lineamenti dolci e capelli lunghi che le ricoprono le spalle come un mantello. Diviene donna, e i sacerdoti del tempio, che l’ha ospitata per tutta la sua infanzia, decidono che è ora di trovarle marito e la mettono all’asta, come un oggetto. La vince Giuseppe, falegname ormai grande di età che si vede assegnata una ragazzina troppo giovane per lui, uomo con ormai le dita troppo secche e l’animo troppo stanco per poterle dare l’amore che merita.

Ed ecco che arriva il momento dell’Annunciazione. Ma stavolta non si limita all’angelo Gabriele che scende a recitare ciò che Dio ha deciso di imporre a Maria, bensì a un dolce sogno della ragazza stessa, a cui l’angelo tramuta le braccia in ali e la fa volare con sé sopra la città, mentre le racconta l’amara storia che sarà il suo destino. Maria si sveglia, le parole del sogno cominciano già a sparire nella sua mente eppure qualcosa è rimasto, lì nel ventre. E’ incinta.

Giuseppe nel frattempo comincia a lavorare per un’oscura commissione: si tratta di tre croci da intagliare nel legno, tre croci che vedranno il sangue di due ladroni e di un salvatore: suo figlio.

Gesù è praticamente assente in tutta questa prima parte, eppure lo spazio vuoto della sua assenza viene colmato da figure di cui solitamente si sente poco parlare, soprattutto Maria, che viene spogliata dal suo pesante ruolo di madre del Messia per essere rivestita da donna, donna umana con una grande forza ma con anche le sue debolezze, che deve vivere con addosso la consapevolezza della morte del figlio, sempre più vicina.

E infatti ecco che arriva il momento della Crocifissione, uno dei più raccontati in assoluto. Ma qui è diverso: non vi è Gesù sanguinante sulla croce che perdona i suoi assassini, ma vi sono tre madri.

Tutte e tre assistono alla morte dei propri figli e piangono le stesse lacrime imbevute di quel dolore che parte dal ventre per offuscare ogni ragione. Eppure due di loro apostrofano l’ultima, Maria, e le dicono:

-Ma che piangi a fare? Tuo figlio risorgerà al terzo giorno, i nostri invece, infelici peccatori, sono morti, perduti per sempre!”

Ma Maria è stanca di dover essere la madre di Dio, e risponde che avrebbe preferito un figlio normale, che non fosse stato Salvatore e Messia, ma che a quest’ora sarebbe vivo, ancora fra le sue braccia di ormai anziana signora, un figlio umano che non avrebbe portato con sé tutta quella sofferenza a lei e a se stesso.

E si giunge all’atto finale: il pubblico sa già cosa aspettarsi ma si sbaglia di grosso. Nessuna resurrezione è infatti prevista stasera, ma solo la morte di un ladro su una croce.

Il Testamento di Tito, questo è il titolo, chiude dall’album in maniera impeccabile, con una critica ai 10 comandamenti, una critica che fa riflettere sul significato vero e proprio della parola di Dio, che non deve ridursi a un semplice “Questo si fa, questo non si fa” ma ad una riflessione sull’amore e sulla solidarietà, che deve sussistere fra tutti, credenti e non, poiché alla fine, la vera cosa importante è praticare la fratellanza, e non il nome del Dio nella quale essa viene predicata.

Ora nel teatro vi è un silenzio di tomba, il pubblico fissa ad occhi sbarrati quella conclusione inaspettata e uscendo dalla grandi porte ognuno sussurrerà qualcosa al compagno. C’è chi scuoterà la testa, dicendo di preferire la versione originale con Gesù che moltiplica il pane e il bacio di Giuda, ma ci sarà anche chi capirà il messaggio che De André ha voluto infilare fra i testi e la musica, un messaggio che nella sua produzione in generale è sempre presente: possiamo essere assassini o brave persone, mendicanti o borghesi, “buoni” o “cattivi” ma resteremo comunque tutti vittime e figli dello stesso mondo, perciò, tutti fratelli.

                                                                                                                                                                   Irene Torrisi

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Un pensiero riguardo “Luce sulle ombre: la Buona Novella di De André

  • marzo 9, 2016 in 12:03 pm
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    Cara Irene,
    dimentichi la cosa più importante, che siamo tutti fratelli si, ma figli di uno stesso Dio.
    Quel Dio che lo stesso Tito nel finale della canzone capisce che Qualcuno (Gesù) ha sofferto per lui pur essendo innocente, si è fatto carico delle sofferenze altrui per amore. Ha sofferto Lui al suo posto, si è fatto crocifiggere per i suoi peccati, per salvarlo. E Tito di fronte a questo fatto finalmente capisce e prova quel dolore che non ha mai provato per il male che ha causato.
    “Ho imparato l’amore”: vedere che Cristo si è lasciato crocifiggere per salvare i peccatori, e quindi anche Tito, mostra il vero amore divino.
    Amare significa mettere gli altri prima di noi stessi anche se questi sono i nostri nemici,
    come Gesù ci insegna.

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