Medio Oriente: il risiko delle alleanze

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Siamo ormai arrivati al quinto anno di guerra in Siria. Non è nostro ufficio e intenzione compiere in questa sede un’analisi delle cause della sua origine,bensì nostro compito principe è unicamente quello di scandagliare quali possano essere le trame degli interessi internazionali nell’area e fornire una visione quanto più chiara possibile del risiko delle alleanze in Medio Oriente.

Il primo,imprescindibile,lavoro da fare è prendere una cartina politica del Medio Oriente e iniziare a ragionare su di essa. medio-oriente700Il Medio Oriente ha sempre rappresentato una zona calda del mondo,quale epicentro di interessi internazionali,politici ed economici,in uno stato di perenne conflitto tra loro. Attualmente il Medio Oriente è caratterizzato dal persistere di due guerre civili(de facto),in Siria e Yemen,più una guerra,in Iraq,che,se pur non rientrante nella tipicità delle caratteristiche di un guerra civile,acquista i suoi contorni principali. Attualmente abbiamo tre Stati praticamente falliti. Dobbiamo partire dal presupposto che,secondo il diritto internazionale contemporaneo,una guerra civile non è mai un affare interno dello Stato,ma è sempre,sin dal suo sorgere,un affare internazionale. Più precisamente non è assolutamente errato asserire che una guerra civile in realtà altro non è se non una guerra internazionale sotto mentite spoglie. Nel momento stesso in cui una fazione,un gruppo politico,una forza interna mette in discussione la sovranità dello Stato e quindi gli equilibri regionali di un dato territorio,ci vorrebbe tutta la fiducia e l’ingenuità del mondo per affermare che quella guerra sia solo una questione interna dello Stato in questione. Ma nelle guerre civili in corso in Medio Oriente,chi sostiene chi e perché? Nel risolvere il risiko delle alleanze,puramente strategiche,non si può prescindere dal fattore religioso,che gioca in Medio Oriente un importantissimo ruolo. Assad,di fede alawita,del ramo sciita,fino al 2011 controllava un territorio a maggioranza sunnita. Nel paese infatti il 74% della popolazione si identificherebbe nella fede sunnita,mentre solo il 16% si dichiarerebbe di appartenenza sciita; ma nonostante quest’ultimi siano una minoranza nel paese,precedentemente alla guerra civile, rivestivano i ruoli più importanti nei vertici governativi e militari.

Gli Usa vorrebbero una Siria senza Assad,sciita,prezioso alleato di Mosca nella regione. Per questa ragione supportano i combattenti curdi e ribelli siriani,in prevalenza sunniti,con finanziamenti economici e sostegno militare. La Russia,per converso,oltre a voler neutralizzare la minaccia Isis,trovando in Assad un fondamentale alleato,vorrebbe una Siria riunificata,con la permanenza al governo di quest’ultimo. L’Arabia Saudita,gli Emirati Arabi,il Qatar e il Kuwait,paesi con una schiacciante prevalenza di sunniti,desidererebbero invece ardentemente la deposizione di Assad,sciita,trovandosi sotto questo profilo sulla stessa lunghezza d’onda degli Usa e in contrasto con la Russia. Un particolare problema all’interno dell’alleanza Usa-Arabia sorge però nell’ormai corroborata teoria del sospetto nutrita nei confronti di quest’ultima che,nell’intenzione di indebolire Assad ( e di riflesso quindi anche Teheran) ha svolto( e forse svolge tutt’ora) un ruolo fondamentale nel sovvenzionamento e sostengo militare dell’Isis,con il quale condivide anche la stessa versione religiosa del sunnismo,lo wahhabismo,mirante a garantire la rigorosa osservanza delle prescrizioni giuridiche e sociali islamiche,nelle sue forme più estreme. Questa comunanza di vedute,unita all’interesse di spodestamento di Assad,hanno condotto l’Arabia Saudita a sostenere celatamente l’Isis e a combatterlo blandamente in pubblico,per una pura dimostrazione formale del loro diniego verso le forme più inconciliabili dell’islamismo con i principi democratici,sì cari alla comunità internazionale.

La doppiezza dell’Arabia Saudita ha avvicinato però due nemici storici: gli Usa e l’Iran,entrambi convinti della necessità di sradicare l’Isis. Proprio l’Iran gioca un ruolo fondamentale in questa matassa. Recentemente riabilitato nella comunità internazionale dall’accordo nucleare raggiunto nel luglio del 2015,tramite i difficili negoziati del “5+1”,che hanno pure fruttato l’eliminazione delle sanzioni economiche a carico del paese,non possiamo prescindere dal rivelare che gli interessi dell’Iran,il più grande paese sciita,sono,sempre,esattamente gli opposti dell’Arabia Saudita,il più grande paese sunnita. L’interesse primario dell’Iran è quello di soffocare le derive estreme dello wahhabismo Isis e di riflesso saudita,nonché salvaguardare quindi la sua rete di influenza sciita,che parte proprio da Teheran,passa per il Libano,tramite Hezbollah e si conclude proprio a Damasco,con il governo sciita di Assad. Si comprende allora come una sua capitolazione spezzerebbe questa rete e priverebbe Teheran del suo più importante alleato nella regione,che ha fin’ora esercitato un essenziale ruolo di mitigazione e controbilanciamento dell’influenza saudita e turca in Medio Oriente. In questa prospettiva,la comunanza di interessi,seppur di differente origine,tra Russia e Iran,costituisce la saldatura di una solida alleanza tra i due paesi,maggiore di una Iran-Usa. Sullo sfondo troviamo Israele,che certamente non desidera l’Isis alle porte,ma contestualmente rivela una certa insofferenza anche nei confronti di Assad,la cui comune fede religiosa con Hezbollah,che lo sostiene apertamente nella guerra civile,lo rende vicino particolarmente indigesto. Nonostante negli ultimi tempi le relazioni tra Washington e Tel Aviv si siano raffreddate a causa della diversa opinione di Obama e Netanyahu sulla striscia di Gaza,contemporaneamente Israele nutre forti preoccupazioni dal ritrovato interventismo russo in Medio Oriente e dal suo asse con Teheran,acerrimo nemico,la cui influenza nella regione si trova su una curva crescente; fattore,questo,che rende comunque l’alleanza con gli Usa ancora indispensabile.

In questa già intricata situazione si inseriscono i curdi. I curdi sono circa 30 milioni e rappresentano la più grande componente etnica priva di uno Stato nazionale. La rivendicazione di uno Stato del Kurdistan rinviene la sua genesi già negli anni ’20 del secolo scorso,all’atto di scioglimento dell’Impero Ottomano. Il problema principale è che un ipotetico stato del Kurdistan coprirebbe un’area sostanzialmente vasta,che interesserebbe 4 paesi: Iran,Iraq,Siria e Turchia(idealmente come in cartina qui sotto) e ovviamente nessuno di essi ha l’intenzione di consentire spinte autonomistiche nel proprio territorio.kurdistan Ora,i curdi hanno abilmente sfruttato la situazione di caos generale originatasi in questi anni in Iraq e Siria,per acquistare sostanziali margini d’indipendenza.

La situazione attuale in Medio Oriente sarebbe approssimativamente questa rappreSyria_and_Iraq_2014-onward_War_mapsentata in cartina (in basso). Le parti in giallo a nord sono quelle occupate dai curdi,il viola rappresenta il governo dell’Iraq,la grande zona grigia al centro è sotto il controllo dell’Isis,mentre le zone rosse e verdi in Siria sono quelle contese tra Assad e le forze ribelli. I peshmerga curdi,specie iracheni,sono stati fin’ora la forza d’opposizione principale all’avanzata dell’Isis e sono ampiamente sostenuti dagli Usa,tollerati dalla Russia ma fortemente osteggiati dalla Turchia,proprio a causa dei successi da loro ottenuti,che potrebbero avere riflessi anche sul Kurdistan turco. Tra l’altro il Kurdistan iracheno ha ottenuto un così saldo controllo del suo territorio e un tale prestigio internazionale derivante dalla lotta contro l’Isis,che ormai la soluzione di un Iraq federalista viene caldeggiata sia da Usa che da Russia; soluzione,questa,che potenzialmente sarebbe adottabile anche in Siria. Qui si inserisce la Turchia,importantissima forza NATO in Medio Oriente,i cui interessi però confliggono con quelli americani,che sostengono i curdi. La Turchia di Erdogan ha tentato fin’ora,infruttuosamente,di porsi come Stato egemone in Medio Oriente,che quindi desidererebbe primariamente senza ipotetici stati o regioni indipendenti curde,senza Assad,senza l’Isis,con un ruolo più ristretto dei sauditi,rivali nella lotta per l’egemonia e senza il rinvigorito interventismo della Russia,con la quale,storicamente,non è mai corso buon sangue,fin’ora. La situazione prima del tentato golpe turco era proprio questa: impantanata in una palude di interessi antitetici. Il golpe ha stravolto questa situazione,portando la Turchia ad allontanarsi dalle posizioni degli occidentali e avvicinarsi contestualmente alla Russia e ad Assad,in un nuovo asse Mosca-Damasco-Ankara. Il comune denominatore utile a instaurare un legame strategico tra Erdogan e Assad è rappresentato proprio dai curdi,che proprio in questi mesi hanno dichiarato in Siria la nascita di un Kurdistan siriano. Nessuno dei due è suggestionato dalla soluzione di una Siria federale,anche a ragione del fatto che concessioni di autonomia ai curdi potrebbero tramutarsi in altre richieste,non di autonomia,ma di indipendenza ed ecco che il modello federalista andrebbe ad essere potenzialmente suicida,per la Siria e di riflesso per la Turchia,in cui la questione curda non è mai stata risolta.

Con tali premesse si comprendono allora le motivazioni che portano gli Usa e sullo sfondo l’UE a mantenere,se pur con non pochi mal di pancia,una stretta,fondamentale alleanza con l’Arabia Saudita e gli Stati della penisola arabica,a mitigazione del rafforzamento russo,per gli Usa e iraniano,per i sauditi,in Medio Oriente,nonostante le cancellerie occidentali riconoscano ufficiosamente che gli stessi governi arabi siano (molto probabilmente) i primi foraggiatori dell’Isis e dell’ideologia fondamentalista che ne sottende l’affermazione. Ci troviamo nella paradossale situazione di sostenere e di essere sostenuti dallo wahhabismo saudita in contrasto con lo wahhabismo Isis e lo sciismo. Quando si afferma quindi che non si può pretendere di sradicare integralmente il fondamentalismo islamico se non si sciolgono i nodi con lo Stato principale che lo alimenta,l’Arabia Saudita,si dice il vero; solo che,quando a questa asserzione segue la conclusione affrettata e azzardata di interrompere quindi ogni tipo di legami con i sauditi,ecco,abbiamo visto che,per quanto seducente e desiderabile possa essere la soluzione,non è affatto semplice.

 

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