Microespressioni: l’arte di riconoscere le bugie

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Nel corso di una conversazione esistono diversi canali comunicativi che ci permettono uno scambio diretto d’informazioni con un interlocutore ma i principali che sfruttiamo normalmente sono solo due: il canale uditivo e il canale visivo; almeno nel contesto dell’occidente industrializzato, il tatto e l’olfatto rimangono, per tale scopo, quasi inutilizzati. Sebbene le parole siano spesso la migliore fonte di trasmissione di messaggi, soprattutto per esprimere dati di fatto, niente esprime le emozioni provate meglio della mimica facciale. Nonostante il volto richiami però una grande attenzione, è paradossale che spesso, durante una conversazione, sia più il tempo che si passa guardando altrove piuttosto che in faccia (con eccezioni dovute a fattori come il grado di confidenza). Come se ciò non bastasse, occorre distinguere tra espressioni spontanee (involontarie), a cui appartengono le cosiddette microespressioni, e non spontanee (volontarie).

Le microespressioni sono espressioni molto difficili da captare a causa della loro estrema rapidità, durano non più di una frazione di secondo (come un battito di ciglia) e portano alla luce le emozioni che una persona cerca di nascondere. Le più classiche risposte emotive, anche dette macroespressioni, possono venire più o meno contraffatte dal soggetto e durano al più un paio di secondi; le mimiche che si prolungano oltre questo lasso di tempo sono spesso simulate o volontariamente estremizzate.

Che ci si perda le microespressioni è in fondo comprensibile: occorre osservare il volto con estrema attenzione e, soprattutto, bisogna sapere dove e cosa cercare; inutile a dirsi, è necessaria una certa esperienza. Bizzarro è invece il caso, frequente, in cui ci sfuggono le macroespressioni a causa dell’assenza di un adeguato scambio visivo. In realtà questo fatto non è così assurdo come potrebbe sembrare apparentemente. Guardare fissa una persona in volto è una mossa molto intima, mette in imbarazzo l’interlocutore e viene percepita come un’intrusione oltre i limiti di quello che ci è dato sapere. Proprio a causa di ciò, fin da bambini veniamo educati a non fissare le persone, per non passare per maleducati e invadenti, cercando di captare i sentimenti che qualcuno non intende rivelare. Un altro motivo per il quale si tende a non fissare il volto del nostro interlocutore è per evitare di doverci fare carico dei suoi sentimenti e dei suoi problemi. Quindi, quando durante una conversazione osserviamo l’interlocutore è per capire se ci sta ascoltando, se è interessato, se si annoia o è d’accordo, se sta per prendere la parola, ecc… Ci sono innumerevoli regole che vengono rispettate senza nemmeno pensarci, in maniera apparentemente naturale.

Uno dei più importanti studiosi di mimica facciale del XX secolo è lo psicologo Paul Ekman, distintosi per gli studi mirati a provare l’universalità di certe espressioni facciali. Seguendo ciò che già aveva affermato Darwin oltre un secolo fa, cioè che l’espressione delle emozioni è universale e che rappresenta un prodotto dell’evoluzione della specie, le ricerche di Ekman, sia in laboratorio che sul campo, hanno dimostrato come alcune espressioni siano universali, indipendenti quindi dal contesto culturale, seppure sussistano delle differenze culturali riguardanti le occasioni in cui tali espressioni si manifestano. Infatti, nonostante i molti studi effettuati con gente dalle nazionalità più disparate avessero fornito ottimi risultati, a Ekman venne il dubbio che tale universalità potesse in realtà derivare dai media a cui tutto il mondo è esposto. Per smascherare anche quest’ultimo sospetto si recò in Nuova Guinea per effettuare i suoi studi su tribù indigene. Nell’insieme, gli esperimenti suoi e di altri esperti del settore hanno dimostrato in maniera definitiva l’ipotesi di Darwin dell’universalità dell’espressione delle emozioni. Fatto ciò, il suo interesse si è rivolto verso il riconoscimento preciso di ognuna di queste emozioni universali (Sorpresa, Paura, Disgusto, Rabbia, Felicità, Tristezza) e negli anni si è dedicato alla realizzazione di un atlante completo atto a descrivere visivamente le peculiarità di ognuna di queste espressioni emotive.

Ekman distingue poi tra tre tipi di segnali: statici (come il colore della pelle e la forma del viso), lenti (i cambiamenti che avvengono nel tempo, come le rughe) e rapidi (prodotti dal movimento dei muscoli facciali). La ricerca ha dimostrato che dai segnali rapidi è possibile giudicare esattamente le emozioni; i segnali statici e lenti non trasmettono invece informazioni di questo tipo. Tramite uno studio approfondito del linguaggio facciale diventa allora possibile andare oltre le parole, per affidarsi al riconoscimento della mimica espressiva spontanea, la quale non mente.

Sin da piccolo, l’uomo impara a controllare e camuffare l’espressione del volto, imparando a gestire la mimica in modo da corrispondere alle pretese della società. Nonostante ciò, si diventa molto più bravi a mentire con le parole che con il volto, anche perché a parlare ci è stato esplicitamente insegnato. Inoltre le espressioni emotive, per un certo intervallo di tempo, sono involontarie e difficilmente controllabili, le parole no. Non a caso, se il viso mostra un’emozione che le parole negano, crediamo istintivamente a ciò che ci trasmette il viso, diffidando del canale uditivo.

Nel controllo volontario dell’espressione delle emozioni si può fare ricorso a più “tecniche”. La rettifica , per esempio, consiste nel precisare un’espressione del viso, modificando l’espressione corrente in una conforme alle convenzioni sociali o in una diversa espressione sincera. La specificazione più frequente è il sorriso, aggiunto come commento a una qualunque emozione negativa. Un’altra tecnica è quella della modulazione, tramite la quale si regola l’intensità dell’espressione in modo da manifestare più o meno di quanto si prova realmente. C’è poi la falsificazione, la quale si manifesta tramite sentimenti inesistenti (simulazione), l’annientamento delle emozioni (neutralizzazione) o mascherando l’emozione reale con una fittizia (mascheramento); anche in questo caso, il sorriso è la maschera più usata.

Un metodo molto efficace per riconoscere una mimica contraffatta è quello di rilevare le microespressioni, le quali spesso risultano come delle interruzioni estremamente rapide (da 1/5 a 1/25 di secondo) della mimica espressiva. La maggior parte delle  persone non le nota nemmeno ma con un po’ di attenzione è possibile anche solo accorgersi di loro e capire che è in corso un controllo emotivo. È comunque importante sottolineare che certe persone sviluppano per professione ( o possiedono come capacità innata ) un’assenza di microespressioni ma ciò non vuol dire che siano sempre sincere.

Filippo Costa

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