S. Sebastiano: fenomenologia delle feste popolari

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La festa, concepita in senso lato, è sempre stata considerata lo strumento per antonomasia di evasione sociale. Per tale ragione l’istituto festivo, a livello storico, venne osteggiato dall’assolutismo monarchico, dal clero, dal razionalismo utilitarista perché considerato forma di associazione intrinsecamente sovversiva, eversiva, rivoluzionaria, portatrice di cambiamento e di progresso, perché non motivato da un esplicito e utilitaristico rendiconto ma rappresentante di un contesto ludico e ricreativo, spesso, come detto, motivo di evasione di una realtà sociale opprimente. Rousseau evidenzia, dal canto suo, un’ovvia contraddizione nel tentativo di ridurre la coesione, il legame sociale, la convivialità in un mero momento in cui esprimere la pura razionalità utilitaristica. Eliminare le feste, impedire l’espressione gioiosa al popolo,significa eliminare la voglia di vivere, la creatività, lo slancio di vitalità e, quindi, la motivazione stessa al lavoro.

E’ allora in maniera chiara che possiamo descrivere il contesto festivo come un contesto nel quale ritroviamo, in ordine, la riaffermazione e la negazione della quotidianità e dell’ordine sociale; in poche parole ti eleva in un hortus conclusus, forma tipica di giardino medievale caratterizzato da un ambiente mistico, che, in questo caso, rappresenta una sospensione spirituale aldilà dello spazio e del tempo. Oggi la festa di S.Sebastiano (e le feste popolari in genere) è esattamente questo, assimilabile alla campagna pascoliana, sollevata da un mondo modernizzato che cammina verso qualche direzione e che qualcuno osa invece definire progresso, ultimo baluardo di una tradizione, anche di fede, da “buttare giù” (Marx stesso condanna la festa, in nome di una modernità presunta, a un lento e agonizzante annegamento sotto “le gelide acque del calcolo egoista”). La modernità nasce, dunque, anti-festa che, espressione delle condotte rituali e della cultura popolare tradizionale, contribuisce in maniera determinante all’irrealizzazione del progresso, a sua volta espressione della razionalità.

E’ pur vero che gli anni 60 dello scorso secolo (la svolta sociale impressa dai sessantottini ne è un esempio) hanno segnato un importantissimo crocevia per lo sviluppo della festa con il ritorno di Dioniso, un dio ciclicamente redivivo, che irrompe nella storia e che porta con sé la mistificazione ed esaltazione del corpo contrapponendosi con forza al disciplinato corteo del Corpus Christi. Dopo la fugace ma impetuosa apparizione della bora controculturale le feste ritrovano, comunque, la propria dignità stimolata da forze diverse ma, soprattutto, assumendo aspetti molteplici. Oggi la festa di S. Sebastiano è, infatti, straordinariamente contraddittoria, sospinta da forze culturali e controculturali, mistificazione spirituale e àncora di salvezza dall’avanzamento dilagante della modernità e, contemporaneamente, modernità stessa con Dioniso e il suo disordinato corteo dai tratti carnascialeschi. La festa di S. Sebastiano rappresenta il simbolo stesso di una società passata e di una società presente,portatrici di valori tra di loro contrastanti,ma che si fondono in una sorta di romantico post-moderno “volksgeist”, spirito di popolo.

Stefano Grasso

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