“Scritto sul corpo”, la storia lirica di un amore libero

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Scritto sul corpo di Jeanette Winterson è un romanzo del 1992, uno di quei testi che nel giro di pochi anni dalla sua pubblicazione è riuscito a imporsi nella letteratura cardine di una comunità, quella comunità lesbica di ogni quando e in ogni dove, che ha fatto di questo testo un caposaldo della letteratura di genere. Va anche detto che gli anni hanno reso questo testo una bellissima dichiarazione d’amore fuori da ogni genere e orientamento sessuale, un atto queer che non si fregia di nessuna bandiera, perché, come il sentimento che ne è oggetto, scorre libero nelle mani di chi lo possiede.

La voce narrante, di cui non capiamo il sesso, ha l’abitudine di innamorarsi di persone sposate, probabilmente perché soggiogata dall’eccitazione di una tale relazione. Tuttavia, dopo che una simile affiliazione finisce in un terribile sentimento di tristezza, la voce narrante decide di provare un rapporto più mondano con una persona che non le causa tanto eccitazione, quanto conforto: Jacqueline, una donna gentile, amorevole e tutto ciò che la voce narrante pensa sia necessario in un rapporto a lungo termine. Tuttavia, Jacqueline non è eccitante. Quando Louise entra in scena, la voce narrante vede in lei tutto ciò che a Jacqueline manca. Purtroppo, Louise è sposata: significa ricadere nella stessa vecchia abitudine. Ma c’è qualcosa in Louise che promette una vita migliore: diventano amanti, a scapito di Jacqueline che prende la notizia con indignazione; nel frattempo, anche Louise racconta a suo marito della loro relazione: dopo un periodo di rassegnazione alla cosa senza mandare a monte il matrimonio, Elgin, il marito di Louise, non sopporta più la situazione e Louise decide di presentare il divorzio.Per diversi mesi la voce narrante e Louise condividono un rapporto beato. Tuttavia, la battaglia di Louise con la propria malattia porta la voce narrante a lasciarla nelle mani del marito, per preservarne la salute. Da qui in poi lasciamo a voi il piacere da lettura.

Cosa si può dire su un romanzo del genere?

La storia, a onor del vero, è parecchio confusionaria. Il/la protagonista è un essere umano di non specificato sesso, chiaramente bisessuale, che vive una serie di storie con entrambi i mondi, ma non esattamente positive; decide di vivere una vita tranquilla, finché non incontra Louise.

Si tratta di un lavoro su forme “trasgressive” di genere, tutte quelle che non si adattano alla distinzione binaria maschile/femminile. L’obiettivo sembra essere costruire un’analisi di un amore destrutturato, slegato dagli stereotipi di genere eroici o teneri, o codardi e brutali (legati spesso, nella letteratura, a uomo e donna o viceversa).  Ma non è solo questo: si tratta anche di una storia lirica, un romanzo mutato in prosa da radici poetiche, quasi oniriche, epiche. Nelle mani di Winterson, l’amore, il più stanco e ricco dei soggetti letterari, è sconvolto, disseccato e sfogliato fino a quando la parola stessa non squilla e non è più familiare. Non si può descrivere onestamente l’amore senza darne i suoi aspetti scontati, osserva il narratore di Scritto sul Corpo: «“Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.».

In tutto ciò, tuttavia, amare diventa un’azione bellissima qualsiasi sia la maniera e il soggetto che operano tale sentimento, o l’oggetto verso la quale esso si rivolge – Louise, una bellissima donna sposata dai capelli color Tiziano . Per i personaggi del romanzo, l’amore è un idillio fatto di bellezza e dolore, sconvolto da una vita che è tutto fuorché semplice. non c’è esperienza più umana di quando si trasmette da un libro alla propria vita momenti che sappiamo essere realmente vissuti; una storia infinita di un amore che dura nello spazio e nel tempo, tra due esseri umani, impossibilitati ad amarsi dalle condizioni sociali e dalla mancata altrui accettazione del loro stesso amore, ma anche dalle improvvise brutalità che piombano nel buio della notte più scura.  La banalità del male lascia dentro un’ira funesta e una sorta di disperazione, quel tipo di rabbia che nasce da uno dei nostri abissi più profondi, quella cosa che schiaccia e impedisce di fare le cose: la consapevolezza fredda e ferrosa della loro inutilità. L’inevitabilità che alcune cose accadano e quindi l’inutilità di fare tant’altro nel processo. Lo “splendore” di un traguardo previsto e mai raggiunto, lo stesso candore della morte degli eroi, i colori vivacissimi e allo stesso tempo brutali di coloro che nascono e che muoiono ogni giorno.  Quando poi si riesce a uscire dal post-sbornia terribile di libri così ci si ritrova lì, in quello stato di tepore che si ha quando ci si risveglia dopo un lungo sonno, solo che il sonno era la tristezza e il risveglio era lo stare lentamente realizzando che nonostante tutto il nero c’è sempre del luminoso, bellissimo, puro e candido bianco su cui scivere ancora, sognare ancora, per cui vivere ancora.

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