Tu, sei infinito e, dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare

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“Non avete mai paura, voi, di fare in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla… Io sono nato in questa nave. E qui il mondo passava, ma duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare. Perdonatemi ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.”

Quante volte è successo anche a noi di non riuscire a proseguire, non avere la forza di scendere un ulteriore gradino, quante volte? E la stessa cosa è successa a Novecento, o meglio a Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, che a trentadue anni, per la prima volta in tutta la sua vita, è stato chiamato a lasciare quello che fino a quel momento era stato tutto per lui, il suo piroscafo, il suo pianoforte, i suoi sogni e desideri per mettere piede sulla terra, un’enorme terra infinita…

E quanti di noi, proprio come lui, non ce l’avrebbero fatta, non avrebbero accettato di rinunciare al proprio porto sicuro per un mondo troppo sconosciuto e inospitale per una persona che era sempre stata abituata ad essere cullata dalle onde e a solcarle giorno dopo giorno dall’interno di una nave e non a trovarsi in balìa delle stesse?

La storia di Novecento ci viene raccontata attraverso il monologo teatrale di Alessandro Baricco dal suo più caro amico, Tim Tooney, il trombettista della band del Virginian, il transatlantico che il giovane pianista non aveva più lasciato dal momento in cui vi aveva messo piede per la prima volta, dopo esser stato trovato dentro una scatola di cartone a Boston dal marinaio di colore Danny Boodman, che gli farà da padre fino all’età di otto anni per poi lasciarlo orfano per la seconda volta.

Novecento non era mai stato registrato all’anagrafe, non esisteva veramente eppure era famoso in tutto il mondo e conosciuto come il più grande pianista di sempre, capace di toccare le corde dell’anima dei suoi ascoltatori attraverso delle note nuove, note ispirate dalle storie che gli erano state raccontate, dai desideri e le passioni altrui, dai loro occhi malinconici e i loro nostalgici ricordi.

Novecento, attraverso la sua musica, cercava di allontanare dagli animi dei passeggeri del Virginian la paura destata in loro dall’immensità dell’oceano ma non riusciva ad abbattere la sua di paura, paura di dover abbandonare le idee di mondo e di vita che lo avevano accompagnato fino a quel momento, un misto di storie altrui e fantasia, di verità e immaginazione.

Le sue paure sono un po’ le paure di tutti noi: ci sentiamo piccoli di fronte alla grandezza che ci circonda, finiti e sfiniti se paragonati all’immensità del mondo e cerchiamo di sopravvivere ad essa rifugiandoci in dei microcosmi da noi creati e nei quali tutte le paure, le debolezze, le ambizioni, i desideri, le gioie e i dolori vengono ridotti a grandezza umana.

Ma arriva un momento in cui una finestra si apre e veniamo catapultati nuovamente nella realtà, la nostra sfera fatata si rompe e la melodia che fino a quel momento aveva fatto da sottofondo alla nostra vita cambia, per lasciare spazio a delle note nuove.

Il mondo è estraneo a Novecento come l’oceano lo è a noi e, proprio come a lui, anche a noi capita di sentirci tremendamente piccoli di fronte alle infinite possibilità che ci si presentano davanti, alle infinite emozioni che ci attraversano e gli infiniti tasti del pianoforte che è la nostra vita.

Il destino del piroscafo era quello di essere affondato con della dinamite e Novecento avrebbe potuto andare oltre quel terzo scalino e approdare sulla terra ma decise di non farlo, la sua non è una mancanza di coraggio ma una scelta ben precisa di salvaguardare i suoi sogni e la sua identità e renderli eterni.

“Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. E’ genio, quello. E’ geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito. Allora li ho incantati.”

“E’ un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te.”

Novecento era destinato ad affondare ma il suo ricordo non sarebbe sprofondato nelle acque dell’oceano insieme al suo corpo, Novecento sarebbe sopravvissuto negli occhi e nelle parole del suo amico proprio come gli occhi e le parole delle persone che aveva incontrato negli anni avevano dato vita al suo mondo. Nessuno lo aveva mai visto ma tutti l’avrebbero conosciuto, proprio come lui conosceva il mondo e le sue fragilità senza averli mai visti.

C’è un Novecento in ognuno di noi e la domanda che rimane è se noi avremmo superato quel terzo scalino e se siamo pronti a farlo.

“Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito e, dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono ottantotto. Tu sei infinito.”

Adriana Grillo

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