Vittoria Giunti: quando la libertà non è uno spazio libero ma partecipazione

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“Chi non riuscirà a conservare la memoria di quel che è stato non ha futuro. Un fiume non può vivere di soli affluenti se non ha più la sorgente, perché è spezzato e destinato ad essiccarsi, oppure ad ingigantire il suo letto solo in caso di forti piogge, portando però troppe volte con sé distruzione. Se non custodisci gli argini, se non lo tieni pulito, se non lo difendi, lo perdi per sempre. Il fiume della memoria funziona nello stesso modo.” Giorgio Santelli

 

L’ 8 Marzo 2003, in occasione della Festa delle Donne, Vittoria Giunti ricorda con un suo discorso la meravigliosa esperienza che avevano vissuto i sabettesi, il modo in cui da comunità di persone erano riusciti a diventare una sola entità con propria identità civile, sociale e politica e la forza che avevano dimostrato nello scegliersi un destino, affinché si ricordassero sempre che la storia non è fatta solamente di condottieri e leaders ma anche e soprattutto da chi non avrà mai il proprio nome impresso sui libri e che solamente attraverso la memoria si organizza un futuro, un futuro di pace e libertà come quello che loro erano riusciti ad ottenere.

Vittoria Giunti nasce il 14 Dicembre 1917 da una famiglia borghese e cresce tra Firenze e le colline della Toscana. Successivamente si trasferisce con la famiglia a Roma dove studia presso il Liceo Tasso e riceve quella formazione politica che avrebbe influenzato tutto il resto della sua vita.

Studia matematica e fisica all’Università di Roma frequentando l’Istituto di Alta Matematica e in questi anni ricopre anche il ruolo di assistente all’Università di Firenze.

Ad un certo punto della sua vita però, a causa dell’educazione autenticamente antifascista che aveva ottenuto grazie all’atmosfera di libertà che si respirava all’interno della sua famiglia, alle grandi personalità incontrate a Roma e agli esempi di grandi combattenti per la conquista della libertà civile che gli erano stati forniti dalla sua città natale, Firenze, decide di abbandonare l’impegno scientifico per dedicarsi a quello politico ed entra a far parte del Partito Comunista. Anche lei all’inizio pensava che la lotta contro l’umiliante consenso passivo nei confronti del Regime fascista e del sistema di oppressione e censura che si era venuto a creare, fosse solamente una semplice utopia ma quando, grazie alla partecipazione corale della popolazione, si giunse il 25 Aprile 1945 alla Liberazione d’Italia, si rese conto che erano veramente riusciti a riscattare il paese dalla situazione di miseria economica e morale nella quale si trovava.

Nel corso della Resistenza rafforzò anche l’amicizia e l’amore con l’uomo che sarebbe stato il compagno di tutto il resto della sua vita, il partigiano siciliano Salvatore Di Benedetto, che nella primavera del 1945 seguì a Raffadali, nel suo paese d’origine. Conosceva la Sicilia solamente per averne sentito parlare in molti testi di letteratura ma non si aspettava una realtà di vita arcaica e quasi tribale che ormai nel nord Italia era già stata superata da tempo ma soprattutto non avrebbe mai potuto immaginare che lei, che aveva già vissuto una sua vita e la Resistenza, avrebbe intrapreso una seconda vita e una nuova Resistenza. Di notte sentiva i contadini che andavano a lavorare a chilometri e chilometri di distanza e che ancora non sapevano che da lì a pochi mesi questa cavalcata sarebbe diventata di un esercito di cittadini che non si sarebbero recati nelle terre dove loro per anni erano stati umiliati per coltivarle ma con l’intento di occuparle e dove sarebbero giunti molti militari che li avrebbero arrestati e uccisi. Mentre gli uomini erano impegnati in questa lotta per l’eliminazione della proprietà terriera feudale e della classe parassita e non dirigente della Sicilia, le donne “vestite di nero” cominciarono finalmente a prendere coscienza di sé e della loro importanza e, dopo aver aperto le tapparelle di casa ed essere scese in piazza, diedero vita ad una serie di manifestazioni con le quali cercavano di far sentire le loro voci e richiedevano con forza i diritti elementari che fino a quel momento erano stati loro negati.

Vittoria Giunti non ha mai parlato a queste donne di sé, del suo passato e della sua formazione culturale e ideale perché avrebbe rischiato di non essere accettata e, entrando nella loro vita in punta di piedi e imparando a parlare il loro idioma, a leggere le molte leggi non scritte e a capire la legge sordo muta degli usi e costumi della Sicilia, riuscì ad ottenere la loro fiducia.

Fu componente di diverse commissioni nazionali tra cui quella per il voto delle donne, direttrice della “Casa della Cultura” di Milano e tra le direttrici della rivista “Noi Donne”, ma cosa più importante di tutte nel 1956 divenne il primo Sindaco donna della Sicilia e il terzo d’Italia. Ottenne questo titolo nel piccolo comune a pochi chilometri da Raffradali di Santa Elisabetta, dove era già presente un partito comunista molto forte che vide in Vittoria il candidato sindaco ideale, non solo per la sua grande cultura ma anche per la sua educazione subito visibile alla democrazia.

Vittoria Giunti morirà nella sua casa di Raffadali, il 3 giugno 2006, dopo aver portato a compimento con molto successo il suo primo mandato come sindaco e aver rifiutato il secondo per lasciare posto alle giovani menti del paese e soprattutto dopo aver contribuito alla rivoluzione del popolo siciliano contro la mafia e a quella culturale delle donne.

E’ quindi importante sottolineare come il suo contributo per la crescita culturale degli abitanti del suo paese, non sia stato dettato dal suo essere donna ma dal fatto che essa fosse una persona nata libera che, essendo stata educata alla libertà, guardava ad essa come un qualcosa alla quale l’indifferenza è totalmente estranea.

 

Adriana Grillo

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